Storia In Rete n° 37-38 in edicola

Pubblicato su Prima guerra mondiale, Storia in Rete, Uncategorized con i tag , il Novembre 9, 2008 da erodoto

Storia In Rete n° 37-38, novembre-dicembre 2008

Storia in Rete di novembre-dicembre è in edicola!

Numero dedicato quasi per metà al Novantesimo della Vittoria italiana nella Grande Guerra, Storia in Rete di novembre-dicembre offre ai lettori un’ampia panoramica dell’ultimo anno del conflitto mondiale, con analisi della battaglia del Piave e di Vittorio Veneto, una retrospettiva fotografica, considerazioni sul valore di questa ricorrenza e della memoria e rubriche dedicate. Ma questo numero Storia in Rete non è solo Grande Guerra. Riflettori accesi sulle elezioni americane e sulle incredibili ispirazioni che un professore nazista trasse dall’America. Un salto indietro nel tempo, invece, ci riporta fra quei Gonzaga delle Nebbie cui in questi giorni è dedicata una bella mostra nel Mantovano. Continua l’intricata spy-story legata alla strage nazista della Storta (1944) e quindi Storia in Rete anticipa un capitolo dalla nuova biografia del controverso Nicola Bombacci, il fondatore del PCI che morì a Dongo con Mussolini. Nuovo balzo nel passato, con il glamour tragico di Murat, il genero di Napoleone, re di Napoli e glamour dinastico con le relazioni fra il ramo dei Savoia-Aosta con la nobiltà greca. Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di novembre-dicembre.

La Venere di Cirene RUBATA dai libici (con la complicità del nostro presidente del Consiglio…)

Pubblicato su Colonialismo il Agosto 30, 2008 da erodoto

Bruttissimo risveglio questa mattina per tutti gli italiani… le notizie d’agenzia confermano che Silvio Berlusconi, nell’ennesimo viaggio alla Canossa della quarta sponda (ex colonia italiana di Libia, al secolo) ha portato seco come parte del riscatto pagato dal nostro Paese alla rinnovellata pirateria saracena di Tripoli, la VENERE DI CIRENE.

Un capolavoro di epoca ellenistica, secondo gli organi di stampa ignoranti o in malafede (o tutti e due i casi, plausibilmente) TRAFUGATA dagli italiani nel 1913.

Già, peccato che nel 1913 la Cirenaica fosse legalmente territorio sottoposto alla sovranità del Regno d’Italia, riconosciuto da amici e nemici come tale. Che non vi fosse alcuna autorità statuale alternativa a quella italiana che potesse reclamare una proprietà sulla statua.

Inoltre secondo qualche giudice il cui osso cranico è evidentemente pieno d’altro che non la materia grigia, la Venere di Cirene sarebbe “patrimonio del retaggio culturale libico”. Ora, cari lettori, a voi il giudizio su questo “retaggio culturale”

Questa invece è una foto che rappresenta la tipica donna libica secondo i tipici costumi libici del periodo di poco successivo al ritrovamento della Venere (al centro una bambina italiana, non vi confondete! quelle libiche sono quelle sotto i lenzuoli, anche se non è Halloween):

Qualcuno riesce a notare una differenza?

L’aver messo nelle mani dei pirati saraceni di Tripoli questo tesoro dell’Arte e questo pegno della pietà religiosa degli antichi greci e romani di Cirene è un gesto stupido, sacrilego, umiliante.

E spiace che un governo che – a parole – si dichiara nazionale, calpesti così il diritto dell’Italia a ciò che è suo, cedendo ai ricatti di un volgare predone saraceno, per procacciarsi ad un prezzo migliore il suo petrolio.

I papier de doleances della Libia di Gheddafi (con commento politicamente scorretto…)

Pubblicato su Colonialismo il Agosto 25, 2008 da erodoto

Sul discutibile volume che Angelo Del Boca ha dedicato al dittatore libico, troviamo riportato integrale un passaggio del discorso del ministro degli Esteri libico del 1970 Salah Bouissir, il quale fa questa grottesca descrizione della dominazione coloniale italiana in Libia. Ovviamente Del Boca si guarda bene dal prendere decisamente le distanze da questa sequela di scemenze e calunnie (anche perchè lui, di “crimini di guerra” italiani ci campa… non sputare nel piatto in cui si mangia, perdinci!) e allora molto modestamente, un breve commento a cotale sfilza di cialtronerie la faremo noi.

Questo il testo integrale

“L’Italia ha compiuto ogni possibile atto inumano. Per avere un’idea delle atrocità commesse dagli italiani basti ricordare che mentre la popolazione della Libia nel 1911 ammontava a due milioni, nel 1955 era scesa a un milione e 250 mila. Vi erano campi di concentramento circondati da filo spinato che racchiudevano centomila persone. Dappertutto vi erano patiboli. Nel paese regnavano la miseria e le malattie. Le nostre terre erano state prese e la popolazione araba deportata nel deserto. Ci era persino vietato l’ingresso nelle città. Per 32 anni l’Italia ci ha privato dell’istruzione. Durante questo periodo non è uscito da noi né un medico né un ingegnere. La politica italiana di quell’epoca tendeva addirittura all’annientamento della natura arabo-islamica della Libia. I famosi lager nazisti non sono per noi cose estranee, perché ne avevamo di ben peggiori in Libia”

 

Ed ora il nostro commento, frase per frase

 

“L’Italia ha compiuto ogni possibile atto inumano. Per avere un’idea delle atrocità commesse dagli italiani basti ricordare che mentre la popolazione della Libia nel 1911 ammontava a due milioni, nel 1955 era scesa a un milione e 250 mila. Prima palla: la Libia aveva 876 mila abitanti nel 1939, di cui 108 mila italiani: avremmo forse sterminato un milione e duecentomila persone? Vi erano campi di concentramento circondati da filo spinato che racchiudevano centomila persone. Questa è una verità parziale: durante la Guerra di Riconquista gli italiani al comando di Graziani realizzarono dei campi di internamento per le popolazioni complici della rivolta senussita. Dovrebbero però spiegarci come campi con una capienza di centomila abitanti possano aver condotto allo sterminio di un milione e mezzo di persone… Dappertutto vi erano patiboli. Sì, qualche foto in tal senso circola. Ma gli impiccati erano i ribelli libici. La guerra è guerra… D’altronde nessuno piange lacrime di sangue per il destino dei soldati italiani catturati dai beduini, che nella migliore delle ipotesi venivano mutilati ed uccisi. Nel paese regnavano la miseria e le malattie. Bugia. Solo nel 1939 vennero costruiti dieci villaggi arabi e ogni villaggio aveva l’ospedale. Erano i primi ospedali in un paese arabo dal medioevo. Le nostre terre erano state prese e la popolazione araba deportata nel deserto. Altra bugia. Gli italiani si presero le terre appartenenti ai turchi sconfitti. Gli arabi continuarono a convivere coi nostri cittadini senza problemi. Ci era persino vietato l’ingresso nelle città. Bugia. Per 32 anni l’Italia ci ha privato dell’istruzione. Bugia. La prima università araba della storia moderna venne creata proprio in Libia dal governo italiano. Durante questo periodo non è uscito da noi né un medico né un ingegnere. Non che la Libia fosse famosa PRIMA dell’occupazione italiana per i suoi medici, ingegneri, artisti, musicisti o poeti… Era famosa per i suoi pirati, quello sì! La politica italiana di quell’epoca tendeva addirittura all’annientamento della natura arabo-islamica della Libia. Bugia: proprio sotto il governo italiano venne creata una cittadinanza speciale per i libici, ogni villaggio coloniale arabo aveva la sua moschea e la madrassa e proprio l’università islamica testimonia che l’Italia aveva grande rispetto per l’Islam. I famosi lager nazisti non sono per noi cose estranee, perché ne avevamo di ben peggiori in Libia E su questo si è discusso prima

Dunque, questi sono gli argomenti con cui si vuol condannare il colonialismo italiano.

Nessuno intende negare – quando ci sono stati – gli eccidi commessi dagli italiani ai danni delle popolazioni ribelli. Nessuno dimentichi, tuttavia, che le popolazioni fedeli al Regno non vennero mai angariate, i loro costumi (anche quelli barbari, come nei confronti della condizione femminile) furono sempre rispettati, e ogni progresso compiuto in Libia andava a vantaggio tanto dei nostri coloni quanto della popolazione indigena.

La fedeltà e l’abnegazione con cui le nostre truppe coloniali (mehari e ascari) combatterono per l’Italia non è forse una testimonianza sufficiente di quanto le popolazioni sottomesse si fossero affezionate al dominio italiano? Nè risulta – per esempio – che all’arrivo degli inglesi le popolazioni indigene si fossero ribellate e gettate sugli “odiati padroni” per “vendicarsi”, se non quando aizzate all’odio dagli occupanti inglesi.

Un ultimo addentellato. La Libia è stata italiana per trent’anni. Si è detto che l’Italia avrebbe “occupato” queste terre opprimendole.

Nessuno ricorda che la Libia fu prima di tutto cartaginese e greca. I cartaginesi (ahiloro) sono scomparsi dalla scena della Storia, e rimasero i greci. I greci seguirono di buon grado il dominio romano, e vi si integrarono volenterosamente. Sotto Roma la capitale della Cirenaica – Cirene appunto – conobbe uno splendore mai visto, fino ai terremoti del tardo Impero e alla rivolta ebraica del 117, dove i giudei sterminarono – così riferisce Cassio Dione – ben 220 mila abitanti gentili della città.

Comunque, la Libia rimase (salvo la breve parentesi vandala) parte dell’Impero di Roma, occidentale prima e orientale poi, fino all’invasione araba.

Gli arabi invasero la Cirenaica alla fine del VII secolo e la Tripolitania all’inizio del secolo successivo. Imposero la loro religione alle popolazioni conquistate e fecero di quelle terre una volta fertili un deserto.

Città un tempo floride divennero basi di pirati e contrabbandieri, mercati di schiavi. Da Tripoli partivano i filibustieri saraceni per saccheggiare l’Italia.

E l’Italia è stata sotto saccheggio prima dei saraceni, poi dei barbareschi per quasi mille anni. In epoca napoleonica la pirateria tripolina era ancora attiva, e per navigare nelle acque antistanti la Libia occorreva ancora pagare il pizzo ai signori della città.

L’abitudine deprecabile al pizzo è proprio una delle infamie portate dai saraceni alla Sicilia e alla Calabria (assieme alle arance e alle cassate…), le cui popolazioni furono taglieggiate e costrette a pagare dei riscatti per evitare razzie, rapimenti di ragazze e bambini, devastazioni.

Il Mezzogiorno d’Italia fu obbligato a fortificare le proprie coste, borghi e paesi marittimi un tempo floridi furono abbandonati e le popolazioni immiserite costrette a ritirarsi nell’entroterra. La rete di torri d’avvistamento che tutti oggi vediamo lungo le nostre coste costò a Napoli e alla Sicilia qualcosa come diversi miliardi di euro odierni, che andarono a gravare sulle spalle dei popoli d’Italia già oppressi dalla mala amministrazione angioina, aragonese e poi spagnola.

Tutto questo andò avanti per dieci secoli, escluse brevi parentesi nelle quali le nostre marinerie repubblicane di Pisa, Genova e Amalfi e quelle normanne riuscirono a stanare i nemici nei loro covi e addirittura in certi casi ad installarsi in esse per qualche decennio.

Di fronte a questo panorama di desolazione, l’Italia ha occupato – o – a questo punto – LIBERATO - la Libia per 32 anni, con l’obbiettivo non di saccheggiarla, ma di colonizzarla, renderla fertile e farne una regione del nostro paese. Che crimine contro l’umanità…

Parte l’iniziativa di Storia in Rete per ridare all’Italia il 4 Novembre!

Pubblicato su Prima guerra mondiale, Storia in Rete con i tag il Luglio 1, 2008 da erodoto

E’ in edicola “Storia in Rete” di giugno!

Pubblicato su Storia in Rete con i tag il Giugno 15, 2008 da erodoto

 

“Storia in Rete” di giugno (96 pagine, € 6,00) apre con un (quasi)editoriale dedicato all’ennesimo anniversario dimenticato della nostra memoria storica, quello dell’Impresa di Premuda di Luigi Rizzo, un’occasione sprecata per un Paese in cerca di identità. Il dilettantismo dei media nel trattare le ultime ore di Mussolini è invece il tema principale di questo numero. Segue la prima puntata della storia dei Servizi Segreti militari italiani e un approfondimento sulle radici della crisi cossovara. “Storia in Rete” quindi traduce per i lettori un controverso articolo dal “Sunday Times” sugli ebrei che si salvarono nella Berlino nazista grazie ad una misteriosa protezione di Eichmann, e quindi racconta le vicende di Confedilizia dalla fondazione alla Grande guerra, protagonista della lotta contro fisco e sprechi degli enti locali. E ancora, i fumetti al tempo del Fascismo, Carducci satanista, i barbari in mostra a Venezia e quelli che cercarono di invadere l’Impero Bizantino e un viaggio fotografico al Wave Gothic Treffen di Lipsia.

La macchina a vapore dei Romani

Pubblicato su Antropologia con i tag il Giugno 9, 2008 da erodoto

Leggo su “Le Scienze” di un singolare personaggio – Charles Hoy Fort – che nella prima metà del secolo scorso sosteneva che “il motore a vapore arriva solo quando è l’ora dei motori a vapore”.

Sembra una frase tautologica, eppure è di una grande profondità, e merita una riflessione.

La frase è infatti riferita al fatto che i Romani conoscevano la forza del vapore compresso, e avevano perfino creato piccole macchine a turbina, per lo più per il sollazzo di ricchi committenti. Eppure non costruirono mai un vero motore a vapore che consentisse loro di iniziare la meccanizzazione dell’economia.

Occorse aspettare il 1700 perchè questa conoscenza venisse messa a frutto.

Questa è una grande lezione sul valore della selezione naturale e del darwinismo: un’idea (una specie biologica, un’arma, un meccanismo – quello che volete voi) non sopravvive o si afferma solo in virtù della propria intrinseca bontà, efficienza, razionalità. Si afferma solo quando l’ambiente circostante è in grado di accoglierlo.

L’obsolescenza può persistere nel corso del tempo mentre l’eccellenza può marcire in un angolo per millenni.

Questo dovrebbe farci capire quanto ogni forma di finalismo e teleologia siano basati su di un assurdo empirico.

Eurasia: storia di uno stupro continuo

Pubblicato su Antropologia con i tag , , il Giugno 7, 2008 da erodoto

Il Cielo è maschile, è sanguigno, è “il donante”, è lo spazio aperto e i luoghi alti.

La Terra è femminile, è umorale, è “il ricettivo”, è la caverna e i luoghi ctonici.

I Popoli delle Steppe sono il Cielo. I popoli stanziali, la Terra.

Indoeuropei, turanici, mongoli, yamato, cosacchi i primi.

Preindoeuropei, mesopotamici, protocinesi, meluhha, jomon, minoici i secondi.

Geograficamente, ai primi è appartenuto l’heartland, il cuore del continente eurasiatico, le steppe e i pascoli, ai secondi il rimland, la periferia delle pianure fertili, delle insenature e delle isole ospitali per la pesca e il commercio.

Ogni qual volta un’orda dei popoli delle steppe si è abbattuta sulle civiltà – o culture – stanziali del rimland è come se un immenso stupro si fosse verificato. Era un maschio feroce che si avventava su una femmina indifesa.

Dallo stupro sono nate di volta in volta le varie civiltà sincretiche del nostro mondo. Gli arii invadono India, Mesopotamia, Ellade, Italia, Nordeuropa. Nascono gli imperi hindi, la civiltà medio-persiana, la civiltà achea e poi ellenica, le civiltà italiche, le culture celtiche. In oriente le varie ondate mongole e tibetane si abbattono sulla Cina Shang e sul Giappone Jomon, e nascono le civiltà Yayoi e quella degli Zhou.

Non è un caso probabilmente che anche dal punto di vista religioso (con l’eccezione parziale della Cina e del Giappone) la maggioranza dei popoli di civiltà contadina abbia avuto pantheon prettamente ginocentrici (si pensi ai culti della Magna Mater pre indoeuropei) mentre tutti i culti delle popolazioni delle steppe erano prettamente antropocentrici.

La vittoria dei popoli delle steppe ha sempre significato l’inserimento di un’aristocrazia all’interno di una società contadina che normalmente viene sottomessa. Tuttavia il livello di sottomissione è proporzionale tanto all’entità numerica degli invasori rispetto ai conquistati, quanto al divario culturale fra le due popolazioni: nell’antica Ellade gli achei si fusero coi minoici e gli altri pelasgi sposandone le regine (un mito trasparente nelle genealogie eroiche: Ulisse è re in quanto sposo di Penelope, figlia del re di Itaca. Menelao e Agamennone sono sovrani in quanto sposi rispettivamente di Elena e Clitemnestra, entrambe figlie di Tindaro). Tuttavia gli achei mantennero le loro istituzioni e i loro Dèi, e – come nel caso degli spartani – giunsero ad una divisione in caste feroce con le popolazioni conquistate. I parsi e i medi invece subirono molto più profondamente l’infuenza mesopotamica, arrivando a copiare le istituzioni assolutiste dei popoli assirobabilonesi conquistati. Al contrario, gli hindi schiacciarono le civiltà preesistenti cancellandole brutalmente.

Una storia che si è ripetuta nel corso dei secoli fin quando anche le steppe non sono state lentamente avvinte alla civiltà.

I germani invasero Roma, e sul corpo stanco dell’Impero edificarono l’Europa Medievale. I norreni ridiedero sangue nuovo alle isole britanniche, alla Russia, al Mezzogiorno d’Italia (ma in questo caso trattasi di una situazione sui generis, poichè anzichè popoli a cavallo si trattava di pirati marittimi). I mongoli, spintisi nelle quattro direzioni alla conquista del mondo, crearono imperi in Cina, India, Persia, Battriana, Russia.

L’ultima di queste invasioni può essere considerata quella dei manciù in Cina. Oramai le steppe erano divenute marginali. Il divario fra civiltà stanziali e popoli allevatori di cavalli troppo grande perchè costoro potessero pensare di vincere. Le rivolte cosacche in Russia e Polonia non sono che gli ultimi guizzi della vitalità delle steppe. Inoltre le religioni monoteiste hanno falsato i rapporti fra l’uomo e le Deità, inserendo un Dio impersonale, asessuato e ideale al vertice del cosmo, e non più divinità archetipiche, totemiche ed umane che partecipassero degli scontri fra uomini anch’esse.

 

Valkyrie, ovvero della censura

Pubblicato su Seconda guerra mondiale, Uncategorized con i tag , , il Giugno 4, 2008 da erodoto

Sta per uscire il chiacchierato film di Tom Cruise sul fallito attentato ad Hitler. Un film che mi ricorda di avere da parte questo articolo, che scrissi nel 2004, in occasione del sessantesimo anniversario del fallito attentato ad Hitler. Ve lo ripropongo.

Il pezzo, commissionato in sede di riunione di redazione della sezione cultura di una agenzia di stampa, mi fu rifiutato sdegnosamente dal coordinatore culturale (una nota “penna” del giornalismo) con queste parole: “non si può dire che gli attentatori di Hitler fossero cretini! anche se lo sonostati dobbiamo dire che erano eroi”.

Di norma quando qualcuno mi dice “non si può” mi sale il sangue alla testa. Allora mi trattenni (durò comunque poco. Di lì a qualche mese mi sarei licenziato sbattendo la porta), limitandomi a dire che non avrei scritto un articolo in sostituzione, visto che non sono uso scrivere altro se non la verità ma ora sono fortunatamente un uomo libero e posso dire quello che voglio, sul mio blog. Anche che Stauffenberg fu un dilettante un po’ coglione.

 

Il 20 luglio 1944 un gruppo di ufficiali della Wehrmacht cercò di assassinare Adolf Hitler per salvare la Germania dalla distruzione totale. L’attentato fallì, per una serie di fatalità incredibili e per l’ancora più incredibile dilettantismo con cui i congiurati affrontarono le immediate ore successive all’esplosione della bomba che avrebbe dovuto metter fine al nazismo.

Nel luglio 1944 la situazione tedesca era drammatica: la Wehrmacht era in ritirata su tutti i fronti terrestri, disfatta su quello aereo ed in gravissime difficoltà in quello sottomarino. Gli angloamericani avanzavano in Francia ed in Italia, mentre i sovietici si preparavano a dilagare in Polonia e nei Balcani. Gli alleati del Reich, dopo la defezione dell’Italia, erano sempre più malsicuri, e poco sarebbe bastato a far crollare l’intera Asse. Nei cieli della Germania le Fortezze Volanti americane e i Lancaster britannici facevano piovere una ininterrotta tempesta di fuoco sulle città tedesche, seminando ovunque morte e distruzione. Sotto gli oceani gli U-Boot erano sempre più prede e meno cacciatori, e comunque si rivelavano oramai insufficienti ad arrestare la massa di navi che gli arsenali americani erano in grado di varare per riempire i vuoti lasciati negli anni passati dai “branchi di lupi” di Karl Doenitz.

In questo sconfortante panorama un gruppo di ufficiali tedeschi si decise finalmente ad attentare alla vita del Führer: il loro piano consisteva nell’assassinare il capo ed utilizzare le pochissime unità militari presenti nel cuore del Reich per metter fuori causa gli altri gerarchi nazisti. Quindi, immaginavano costoro, una Germania “de-nazificata” avrebbe potuto chiedere ed ottenere la pace separata con gli Angloamericani per poter poi continuare la guerra contro i sovietici o addirittura rovesciare le alleanze e convincere Churchill e Roosevelt che, scomparso Hitler, il principale nemico da abbattere sarebbe stato Stalin, e non più il Reich. Un piano a dir poco fantasioso, che certamente non teneva conto della situazione psicologica di Roosevelt e delle infiltrazioni comuniste nel Dipartimento di Stato (smascherate solo con la Commissione MacCarthy nei primi anni ’50), né della determinazione inglese ad andare fino in fondo, ed una volta per tutte, contro la Germania.

Ma l’attentato non ebbe comunque successo: Hitler si salvò praticamente per miracolo (cosa che gli fece immaginare di vedere la mano della provvidenza dietro la sua sfacciata fortuna), cavandosela con una contusione al braccio, un fischio all’orecchio ed il definitivo tracollo del suo sistema nervoso verso la paranoia e l’idiosincrasia più assolute.

A Berlino, nelle concitate ore successive all’attentato, quando le voci più disparate correvano sulla sorte del Führer, i militari si fecero sfuggire una dopo l’altra tutte le opportunità di portare a compimento il putsch: non occuparono la radio, le centraline del telefono, le stazioni ferroviarie e le strade d’accesso alla città, limitandosi a circondare i ministeri, da dove Goebbels e la sua cricca potè continuare indisturbato a dare ordini per schiacciare il golpe.

In Baviera, proprio quel 20 luglio, Benito Mussolini in visita alle divisioni italiane in addestramento presso i campi tedeschi, fu raggiunto dalla notizia dell’attentato, e subito condotto da Hitler perché potesse incontrarlo e sincerarsi delle sue condizioni: al ritorno il Duce, con malcelata soddisfazione, notò che ora anche la Germania aveva avuto il suo 25 luglio ed 8 settembre insieme, dimenticando, però, che i congiurati che attentarono ad Hitler avevano agito per fini ben diversi da quelli che causarono la sconfitta militare e la caduta del Regime in Italia.

La sorte dei congiurati fu atroce: l’ira di Hitler si abbatté su di loro e sulle loro famiglie, in un massacro spaventoso. Alcuni, come l’eroe di guerra conte Claus Schenk von Stauffenberg, autore materiale dell’attentato, si suicidarono per non cadere nelle mani degli aguzzini. Altri furono invece arrestati, torturati e quindi impiccati con corde di pianoforte. La loro lenta agonia venne ripresa, ed il film – pare – fu più volte proiettato per il diletto feroce di Hitler e del suo entourage.

Altri ufficiali, coinvolti realmente o solo sospettati di essere congiurati, come Erwin Rommel o Guenther von Kluge furono spinti al suicidio: Rommel, in particolare, il cui coinvolgimento era dubbio perché ricoverato convalescente in ospedale dopo un gravissimo incidente automobilistico, era troppo prezioso per la propaganda nazista perché lo si potesse trascinare nel fango di un processo à la Andrej Vysinskij. Fu dunque avvicinato da emissari dell’Esercito e costretto a prendere del veleno, minacciando in caso contrario rappresaglie sulla famiglia.

Un solo personaggio non fu neppure lontanamente coinvolto nella purga nazista successiva, nonostante più volte avesse avuto contatti coi congiurati: il filosofo Ernst Jünger. In qualche maniera Hitler rifiutò sempre l’idea che quest’uomo, che egli stimava moltissimo (e che invece lo ricambiava con un odio aristocratico), potesse attentare alla sua vita. In realtà Jünger era perfettamente al corrente dei piani della congiura: ma rifiutò di parteciparvi, perché, disse, oramai stoicamente pessimista sulle sorti della Germania, “tagliata una testa, all’idra ne spuntano due nuove.

 

 

 

Scalfari, Scorza e la cacciata dai GUF

Pubblicato su Fascismo con i tag il Giugno 1, 2008 da erodoto

Leggo su Dagospia una interessante intervista di Pierangelo Buttafuoco ad Eugenio Scalfari (su “Il Foglio”), di cui cito qui di seguito un passo.

Come Eugenio Scalfari dal fascismo ne venne espulso: “Fu in un breve periodo – saranno state due settimane – che in assenza dei due capi il giornale si faceva lo stesso, senza filtro professionale. E fu proprio in quell’intervallo d’anarchia che io, in prima pagina, piazzai due o tre neretti non firmati e perciò riconducibili all’orientamento della testata. Era la stagione del nascente quartiere dell’Eur, quella. La nazione intera attendeva ai preparativi per l’Esposizione, gli interessi sull’edificazione dell’intera area erano alti (…), tutti guardavano alla realizzazione del nuovo modello urbanistico. Ebbene: io nei miei pezzi attaccavo i profittatori, accusavo i gerarchi e i loro prestanomi di fare sui movimenti d’acquisto ‘affari non chiari’. Fu questo ciò che scrissi in quei neretti, senza però fare nome e cognomi. Una generica e accalorata denuncia, pronunciata in nome della purezza ideologica”. (…)
 
“Nessuno disse niente”, prosegue Scalfari nel suo racconto, “passò qualche giorno e dopo arrivò una telefonata a casa. (…) Era una voce femminile che mi parlava alla cornetta: ‘E’ il fascista Eugenio Scalfari che ascolta?’. Emozionato mi qualificai, certo dissi, sono io. ‘Deve presentarsi domani a palazzo Littorio. Alle dieci’. Ero turbato dalla chiamata, ma ancor più della perentoria richiesta, da un preciso dettaglio che l’accompagnava. La voce femminile fu, infatti, categorica: ‘Il fascista Eugenio Scalfari deve presentarsi domani, alle dieci, a palazzo Littorio, in divisa’”.
In divisa dunque, l’uniforme dei giovanissimi padroni del fascismo. “Io adoravo la divisa. E fui meticoloso nella vestizione quel mattino. Era molto elegante la tenuta. Avevo la giacca – quella che al tempo si chiamava sahariana – i pantaloni grigio verde a sbuffo alto, gli stivali, le losanghe sulle spalle, idem sulle maniche, con le stelline, quindi il fazzoletto azzurro e la camicia nera naturalmente”. (…)
“Il Palazzo Littorio è il palazzo bianco dopo il Foro Mussolini, la sede del Pnf scelta (…) Il segretario del partito a quel tempo era Aldo Vidussoni ma io ero stato chiamato per conferire con il vice segretario, Carlo Scorza (fondatore del Fascio di Lucca, estensore dell’ordine del giorno a favore del Duce il 25 luglio, ndr). 
Quando arrivo nell’anticamera c’è Indrio che è già stato ricevuto. Mi viene incontro e mi sussurra: ‘C’è tempesta’. Emozionato, vengo introdotto nella stanza di Scorza, lo vedo seduto sulla scrivania e mi porto avanti scattando nel saluto romano. Lui mi ordina il riposo e quando solleva gli occhi, alza anche il suo capoccione mussoliniano dalle carte che stava leggendo, manovrando di matita rossa e blu con le sue larghe mani da squadrista. Sono i miei neretti pubblicati su Roma Fascista quelle carte. 
Scorza sventaglia i fogli sotto il naso e mi chiede: ‘Li hai scritti tu, camerata?’. Scorza ha i polsi larghi quanto la coscia di un uomo, è un omone degno della sua fama di lottatore. ‘Però non li hai firmati…’aggiunge appoggiando l’incartamento sul tavolo. Quindi si leva dalla scrivania e mi viene di fronte: ‘Camerata, dammi i nomi di questi mascalzoni che lucrano sul lavoro dell’Italia proletaria e io li farò arrestare!’. Io non ho nomi da dargli, la mia leggerezza professionale non può trovare giustificazione alcuna, non posso neppure balbettare un si dice, un mi pare, un ‘è risaputo’ che Scorza comincia a urlare: “Sei un irresponsabile! Un calunniatore”. A un certo punto si ferma e mi chiede: ‘E poi perché non sei a Bir El Gobi?’. Bir El Gobi è un avamposto del deserto africano difeso dai ragazzi della Gil (la Gioventù italiana del Littorio, ndr). Io trovo la risposta più fessa, gli dico: ‘Veramente avrei il rinvio universitario…”. 
Scorza allora mi prende per il petto e mi stringe acchiappandomi dalla bandoliera, dalla giacca, dalla camicia, insomma: da ogni cosa che avessi addosso dove potermi afferrare, lui mi agguanta. Mi solleva dal pavimento, mi tiene alzato e urla in faccia a me questo discorso: ‘Dovrei farti sbattere fuori dal partito ma Vidussoni ha conosciuto a Fiume tuo padre e perciò ti espello dal Guf’. Mi riporta a terra, mi strappa le mostrine e mi congeda: ‘Vattene e non farti vedere mai più’. Stupefatto che si espellesse un fascista esco da palazzo Littorio e torno a casa, preda di una crisi fortissima, disarmato.  

 

In tutto questo discorso Scalfari non omette alcun particolare, sembra. Sono le conseguenze – tratte da lui e dai commentatori – a far ragionare.

Ci si stupisce che Scalfari sia stato cacciato via. Si subodora quasi che sia stato cacciato PERCHE’ TROPPO ONESTO.

E invece emerge la figura di un giovane rampante pennivendolo, che crede di fare il colpo grosso spalando un po’ di fango sopra al Partito. Ma senza prove, senza nomi, senza testimonianze. Sul “si dice”. E per giunta, pure imboscato dal fronte con la scusa del “rinvio universitario”.

Ce n’era abbastanza perchè si meritasse appieno la sua espulsione con disonore. Eppure continua ad emergere tutto il contrario. Si trasforma questa crisi in una questione esistenziale e in un “menomale, così sono diventato antifascista”.

Ennesima prova di come l’ideologia e l’acrimonia possano condurre a conclusioni errate, false, tendenziose perfino di fronte all’evidenza dei fatti.

Ascari: i valorosi soldati italiani di colore

Pubblicato su Colonialismo con i tag , il Maggio 30, 2008 da erodoto

“Ascaro” viene usato spregiativamente nel lessico giornalistico contemporaneo, senza cognizione di causa e per giunta con l’errore di ortografia nella declinazione della parola (che è invariabile nel singolare e nel plurale: dunque “un ascari, due ascari”). L’uso che si fa di questo termine è ingiusto nei confronti dei soldati coloniali che combatterono per l’Italia dalla creazione delle unità di Ascari fino alla Seconda Guerra Mondiale, con una fedeltà ed un’efficienza ineguagliabili.

 

 

 

 

 

Quattro anni fa al Vittoriano si tenne una interessante mostra intitolata “L’Epopea degli Ascari Eritrei”, che mi aprì gli occhi su molte cose del nostro passato coloniale, e che rese giustizia a questi soldati dimenticati, di rinsaldò i legami tradizionali di amicizia tra Italia ed Eritrea, mostrò un altro aspetto, assolutamente preminente ma artatamente messo in sordina, del colonialismo italiano.

“Troppo spesso il colonialismo italiano viene ridotto all’iprite di Graziani e alle leggi razziali” mi disse Ascanio Guerriero, il curatore della mostra. “Ma noi iniziammo la nostra storia coloniale più di sessant’anni prima. La verità è che dagli anni ’70 in avanti è esistita la cosciente volontà denigratoria da parte di certi ambienti culturalmente influenti, e questo perché in quel periodo l’Unione Sovietica stava piazzando le sue pedine strategiche nelle ex colonie italiane, come Menghistu in Etiopia”.

 

Alla mostra potei vedere materiale fotografico in gran parte inedito, ed i cimeli dei battaglioni Ascari del Regio Corpo Truppe Coloniali, Medaglia d’Oro al Valor Militare, oltre alle riproduzioni di alcune fra le moltissime rappresentazioni iconografiche liberty e decò che presentavano al pubblico italiano della belle epoque questi soldati. Delle foto e dai disegni emergeva sempre un clima di grande cameratismo e di confidenza fra ascari e italiani, anche borghesi, e le ricostruzioni pittoriche per le copertine delle riviste illustrate dell’epoca mostrano sempre bianchi ed eritrei affiancati nella lotta, senza mai mettere in mostra i primi a discapito dei secondi.

 

“In molti altri paesi, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale è impossibile trovare rappresentazioni ufficiali delle truppe di colore. Durante la Guerra di Secessione Americana i reparti di negri erano disegnati coi volti bianchi”. Mi spiegava Ascanio Guerriero. “Da questa iconografia si comprende benissimo il rapporto di parità e di fratellanza che si era creato fra ascari ed ufficiali italiani, all’interno del Corpo e per l’opinione pubblica. Non esistevano protagonisti e comprimari: esistevano solo soldati italiani, bianchi o di colore”.

 

L’Eritrea, come entità nazionale, è stata creata dall’Italia: fra l’arrivo ad Assab della Compagnia Rubattino (la stessa che trasportò i Mille a Marsala) e la creazione della Colonia Eritrea (1890) le terre comprese tra la fascia litoranea dell’Altopiano Etiopico e la Dancalia erano abitate da nove etnie differenti, disunite, sottoposte da oriente alla pressione della pirateria yemenita, da occidente alle scorrerie dei dervisci sudanesi e da meridione all’oppressione sanguinaria di Ras Alula, feudatario negussita. L’Inghilterra, dopo il massacro di Gordon Pascià per mano dei fanatici mahdisti, e considerato il rischio di espansione francese in quella regione, esortò l’Italia a prendere l’iniziativa e a conquistare l’intera fascia costiera. Il governo egiziano, alla quale l’Eritrea apparteneva, cedette quasi senza colpoferire, mentre asperrime furono le battaglie contro dervisci e abissini.

Si può dire che l’Italia giocò allora, con ben altri successi, l’identico ruolo che oggi gioca nelle imprese di Afganistan ed Irak, in una guerra (che allora l’Occidente vinse) contro i primi rigurgiti di fanatismo islamico. Allora era il Mahdi, oggi al Qaeda. Il fatto che allora si vinse dovrebbe essere un’istruttiva lezione. Ma tant’è… limitiamo i commenti ai fatti del giorno…

 

La mania tutta italiana di rimarcare solo le sconfitte ha impresso nella memoria gli sfortunati episodi di Dogàli, Adua, ed Amba Alagi, mentre non meno significative furono le vittorie che le truppe italiane e coloniali colsero contro chi si opponeva alla nostra penetrazione; tant’è che alla fine fallì ogni tentativo, derviscio o abissino, di ributtarci in mare. Nomi come Agordàt, Halài e Coàtit sono poco noti al pubblico, ma rappresentano altrettanti punti fermi tanto nella storia militare d’Italia quanto della libertà eritrea.

 

“L’Eritrea non esisteva prima dell’arrivo italiano”. continuava Guerriero. “Lo stesso nome venne inventato da noi, a partire dal nome greco del Mar Rosso – Mare Eritreo, appunto. Non è esagerato affermare che gli italiani giunsero in queste terre come liberatori, ed i rapporti eccellenti di amicizia tra il nostro paese e l’Eritrea di oggi lo dimostrano. Molta gente vive ancora nei tucul costruiti dall’Amministrazione Militare agli ascari, e passati in eredità alle loro famiglie. Quando mi recai in Eritrea per raccogliere una parte del materiale esposto, trovai una grandissima cordialità da parte del governo, ed un’accoglienza commovente della popolazione: molti venivano spontaneamente da me a portare le foto dei loro nonni o bisnonni, orgogliosissimi del loro avo ascari. Una cosa impensabile nelle altre ex colonie italiane”.

 

Un orgoglio che traspare da ogni rappresentazione, artistica o realistica, dell’ascari: fiero del suo essere guerriero, inarrestabile nell’assalto, fedele al suo comandante di battaglione fino alla morte, e all’Italia, l’ascari ha rappresentato anche l’ultimo soldato italiano combattente nel Corno d’Africa. Le bande irregolari italiane creati da Amedeo Guillet che per mesi diedero filo da torcere agli occupanti abissini ed inglesi erano composte da ascari. E gli ascari superstiti costituirono i nuclei dell’indipendentismo eritreo dopo che la colonia italiana fu assegnata all’impero di Hailè Selassiè nel 1941. 

 

I combattenti eritrei del Regio Corpo Truppe Coloniali, la loro fedeltà e fierezza, il loro eroismo, il retaggio di  fratellanza ed amicizia da essi lasciato fra i nostri due popoli rappresentano una splendida smentita della definizione falsa ed ingiusta di “colonialismo straccione” attribuita alla storia dell’Italia in Africa da qualche storico in vena di cilicio.