Il fascino della divisa
Leggo sulla newsletter di “Le Scienze” (e cito testualmente)
Nate inizialmente per distinguere i nemici dagli amici sul campo di battaglia, le divise militari e quelle delle forze dell’ordine sono diventate uno dei modi per sottolineare esteriormente la propria identità
Tipico errore di chi è imbevuto di una scorretta interpretazione del darwinismo. APPARENTEMENTE tutto nasce con uno scopo ben preciso, per una utilità pratica cogente, e poi assume altre forme, le più variegate.
Sbagliato. Le cose spesso nascono per motivi futili – e non utili (si dovrebbe discutere sull’utilità: diciamo quella economicamente più calcolabile sul momento). Le divise nascono NON per riconoscere amico e nemico sul campo di battaglia (ovvero per evitare di colpire per sbaglio un proprio compagno) bensì per distinguersi dal nemico in maniera qualitativa.
I romani sui propri scudi avevano la Folgore di Giove non perchè i galli o i parti avessero qualcos’altro, ma semplicemente perchè così essi si distinguevano come la truppa su cui l’occhio di Giove avrebbe dovuto posarsi vigile.
L’uniforme – insomma - nasce con uno scopo totemico, non con una utilità tattica.
Tanto più che poi – agli albori – l’uniforme tanto uniforme non lo era affatto. Basti vedere le descrizioni minuziose delle meravigliose armature achee e troiane lasciate dagli aedi del ciclo iliadico.
L’acquisizione poi di un’uniformità ha certamente avuto prima uno scopo di rafforzamento dello spirito di corpo e di eguaglianza nell’ambito dell’armata (il mantello rosso spartano, ad esempio), oppure ancora come segno di distinzione fra reparti d’elite (i 10000 immortali persiani) nei confronti delle truppe regolari, raccogliticce e spesso armate ed equipaggiate autonomamente.
La cosa appare chiara quando si osserva il Medioevo – segnatamente le Crociate - laddove l’armatura del cavaliere era pressochè differente da uomo a uomo, e l’unico segno distintivo diventa la croce apposta su di essa e sullo scudo. Non certo per distinguersi in battaglia (un problema marginale nelle mischie) bensì per attrarre sui cavalieri la benevolenza di Cristo, e manifestare a sè stessi, al nemico e ai non cavalieri la propria fede. Un’uniforme, insomma, come le moderne t-shirt.
L’apsetto totemico delle uniformi è ancora presente in moltissimi casi dell’epoca contemporanea: dai calzoni rossi dei francesi (che tanti morti mandarono ad arrossare la Marna) al chiodo sull’elmetto tedesco (sconfitto solo dall’introduzione dello stahlhelm austriaco, fra l’altro di derivazione tardomedievale – questo sì un bell’esempio di darwinismo! in 5 secoli l’elmetto non si è evoluto – nelle sue forme – che di pochissimo). L’imposizione del cachi agli italiani del Regno nel 1943 al posto del grigioverde (da consegnarsi agli iugoslavi) ha significato la volontà di annientamento morale del nostro Esercito da parte dei vincitori (riuscito in buona parte).
Questo insegna come nel cercare di descrivere il mondo nel passato una approfondita conoscenza dei meccanismi del darwinismo sia assolutamente necessario. Ci torneremo in futuro.
Maggio 28, 2008 a 10:41 pm
Interessante questo intervento,non mi ero mai chiesto l’effettivo significato dell’uniforme se non attraverso la divisione tra i vari gradi in uno stesso corpo d’armata.
Maggio 29, 2008 a 8:45 pm
mmm interessante, cercherò di seguirlo appena finito gli esami che ora proprio non riesco! lascerò poi interventi più interessanti