La macchina a vapore dei Romani
Leggo su “Le Scienze” di un singolare personaggio – Charles Hoy Fort – che nella prima metà del secolo scorso sosteneva che “il motore a vapore arriva solo quando è l’ora dei motori a vapore”.
Sembra una frase tautologica, eppure è di una grande profondità, e merita una riflessione.
La frase è infatti riferita al fatto che i Romani conoscevano la forza del vapore compresso, e avevano perfino creato piccole macchine a turbina, per lo più per il sollazzo di ricchi committenti. Eppure non costruirono mai un vero motore a vapore che consentisse loro di iniziare la meccanizzazione dell’economia.
Occorse aspettare il 1700 perchè questa conoscenza venisse messa a frutto.
Questa è una grande lezione sul valore della selezione naturale e del darwinismo: un’idea (una specie biologica, un’arma, un meccanismo – quello che volete voi) non sopravvive o si afferma solo in virtù della propria intrinseca bontà, efficienza, razionalità. Si afferma solo quando l’ambiente circostante è in grado di accoglierlo.
L’obsolescenza può persistere nel corso del tempo mentre l’eccellenza può marcire in un angolo per millenni.
Questo dovrebbe farci capire quanto ogni forma di finalismo e teleologia siano basati su di un assurdo empirico.