Archivio per maggio, 2008

Ascari: i valorosi soldati italiani di colore

Posted in Colonialismo with tags , on maggio 30, 2008 by erodoto

“Ascaro” viene usato spregiativamente nel lessico giornalistico contemporaneo, senza cognizione di causa e per giunta con l’errore di ortografia nella declinazione della parola (che è invariabile nel singolare e nel plurale: dunque “un ascari, due ascari”). L’uso che si fa di questo termine è ingiusto nei confronti dei soldati coloniali che combatterono per l’Italia dalla creazione delle unità di Ascari fino alla Seconda Guerra Mondiale, con una fedeltà ed un’efficienza ineguagliabili.

 

 

 

 

 

Quattro anni fa al Vittoriano si tenne una interessante mostra intitolata “L’Epopea degli Ascari Eritrei”, che mi aprì gli occhi su molte cose del nostro passato coloniale, e che rese giustizia a questi soldati dimenticati, di rinsaldò i legami tradizionali di amicizia tra Italia ed Eritrea, mostrò un altro aspetto, assolutamente preminente ma artatamente messo in sordina, del colonialismo italiano.

“Troppo spesso il colonialismo italiano viene ridotto all’iprite di Graziani e alle leggi razziali” mi disse Ascanio Guerriero, il curatore della mostra. “Ma noi iniziammo la nostra storia coloniale più di sessant’anni prima. La verità è che dagli anni ’70 in avanti è esistita la cosciente volontà denigratoria da parte di certi ambienti culturalmente influenti, e questo perché in quel periodo l’Unione Sovietica stava piazzando le sue pedine strategiche nelle ex colonie italiane, come Menghistu in Etiopia”.

 

Alla mostra potei vedere materiale fotografico in gran parte inedito, ed i cimeli dei battaglioni Ascari del Regio Corpo Truppe Coloniali, Medaglia d’Oro al Valor Militare, oltre alle riproduzioni di alcune fra le moltissime rappresentazioni iconografiche liberty e decò che presentavano al pubblico italiano della belle epoque questi soldati. Delle foto e dai disegni emergeva sempre un clima di grande cameratismo e di confidenza fra ascari e italiani, anche borghesi, e le ricostruzioni pittoriche per le copertine delle riviste illustrate dell’epoca mostrano sempre bianchi ed eritrei affiancati nella lotta, senza mai mettere in mostra i primi a discapito dei secondi.

 

“In molti altri paesi, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale è impossibile trovare rappresentazioni ufficiali delle truppe di colore. Durante la Guerra di Secessione Americana i reparti di negri erano disegnati coi volti bianchi”. Mi spiegava Ascanio Guerriero. “Da questa iconografia si comprende benissimo il rapporto di parità e di fratellanza che si era creato fra ascari ed ufficiali italiani, all’interno del Corpo e per l’opinione pubblica. Non esistevano protagonisti e comprimari: esistevano solo soldati italiani, bianchi o di colore”.

 

L’Eritrea, come entità nazionale, è stata creata dall’Italia: fra l’arrivo ad Assab della Compagnia Rubattino (la stessa che trasportò i Mille a Marsala) e la creazione della Colonia Eritrea (1890) le terre comprese tra la fascia litoranea dell’Altopiano Etiopico e la Dancalia erano abitate da nove etnie differenti, disunite, sottoposte da oriente alla pressione della pirateria yemenita, da occidente alle scorrerie dei dervisci sudanesi e da meridione all’oppressione sanguinaria di Ras Alula, feudatario negussita. L’Inghilterra, dopo il massacro di Gordon Pascià per mano dei fanatici mahdisti, e considerato il rischio di espansione francese in quella regione, esortò l’Italia a prendere l’iniziativa e a conquistare l’intera fascia costiera. Il governo egiziano, alla quale l’Eritrea apparteneva, cedette quasi senza colpoferire, mentre asperrime furono le battaglie contro dervisci e abissini.

Si può dire che l’Italia giocò allora, con ben altri successi, l’identico ruolo che oggi gioca nelle imprese di Afganistan ed Irak, in una guerra (che allora l’Occidente vinse) contro i primi rigurgiti di fanatismo islamico. Allora era il Mahdi, oggi al Qaeda. Il fatto che allora si vinse dovrebbe essere un’istruttiva lezione. Ma tant’è… limitiamo i commenti ai fatti del giorno…

 

La mania tutta italiana di rimarcare solo le sconfitte ha impresso nella memoria gli sfortunati episodi di Dogàli, Adua, ed Amba Alagi, mentre non meno significative furono le vittorie che le truppe italiane e coloniali colsero contro chi si opponeva alla nostra penetrazione; tant’è che alla fine fallì ogni tentativo, derviscio o abissino, di ributtarci in mare. Nomi come Agordàt, Halài e Coàtit sono poco noti al pubblico, ma rappresentano altrettanti punti fermi tanto nella storia militare d’Italia quanto della libertà eritrea.

 

“L’Eritrea non esisteva prima dell’arrivo italiano”. continuava Guerriero. “Lo stesso nome venne inventato da noi, a partire dal nome greco del Mar Rosso – Mare Eritreo, appunto. Non è esagerato affermare che gli italiani giunsero in queste terre come liberatori, ed i rapporti eccellenti di amicizia tra il nostro paese e l’Eritrea di oggi lo dimostrano. Molta gente vive ancora nei tucul costruiti dall’Amministrazione Militare agli ascari, e passati in eredità alle loro famiglie. Quando mi recai in Eritrea per raccogliere una parte del materiale esposto, trovai una grandissima cordialità da parte del governo, ed un’accoglienza commovente della popolazione: molti venivano spontaneamente da me a portare le foto dei loro nonni o bisnonni, orgogliosissimi del loro avo ascari. Una cosa impensabile nelle altre ex colonie italiane”.

 

Un orgoglio che traspare da ogni rappresentazione, artistica o realistica, dell’ascari: fiero del suo essere guerriero, inarrestabile nell’assalto, fedele al suo comandante di battaglione fino alla morte, e all’Italia, l’ascari ha rappresentato anche l’ultimo soldato italiano combattente nel Corno d’Africa. Le bande irregolari italiane creati da Amedeo Guillet che per mesi diedero filo da torcere agli occupanti abissini ed inglesi erano composte da ascari. E gli ascari superstiti costituirono i nuclei dell’indipendentismo eritreo dopo che la colonia italiana fu assegnata all’impero di Hailè Selassiè nel 1941. 

 

I combattenti eritrei del Regio Corpo Truppe Coloniali, la loro fedeltà e fierezza, il loro eroismo, il retaggio di  fratellanza ed amicizia da essi lasciato fra i nostri due popoli rappresentano una splendida smentita della definizione falsa ed ingiusta di “colonialismo straccione” attribuita alla storia dell’Italia in Africa da qualche storico in vena di cilicio.

 

 

Annunci

Il fascino della divisa

Posted in Antropologia with tags , , on maggio 28, 2008 by erodoto

Leggo sulla newsletter di “Le Scienze” (e cito testualmente)

Nate inizialmente per distinguere i nemici dagli amici sul campo di battaglia, le divise militari e quelle delle forze dell’ordine sono diventate uno dei modi per sottolineare esteriormente la propria identità

Tipico errore di chi è imbevuto di una scorretta interpretazione del darwinismo. APPARENTEMENTE tutto nasce con uno scopo ben preciso, per una utilità pratica cogente, e poi assume altre forme, le più variegate.

Sbagliato. Le cose spesso nascono per motivi futili – e non utili (si dovrebbe discutere sull’utilità: diciamo quella economicamente più calcolabile sul momento). Le divise nascono NON per riconoscere amico e nemico sul campo di battaglia (ovvero per evitare di colpire per sbaglio un proprio compagno) bensì per distinguersi dal nemico in maniera qualitativa.

I romani sui propri scudi avevano la Folgore di Giove non perchè i galli o i parti avessero qualcos’altro, ma semplicemente perchè così essi si distinguevano come la truppa su cui l’occhio di Giove avrebbe dovuto posarsi vigile.

L’uniforme – insomma – nasce con uno scopo totemico, non con una utilità tattica.

Tanto più che poi – agli albori – l’uniforme tanto uniforme non lo era affatto. Basti vedere le descrizioni minuziose delle meravigliose armature achee e troiane lasciate dagli aedi del ciclo iliadico.

L’acquisizione poi di un’uniformità ha certamente avuto prima uno scopo di rafforzamento dello spirito di corpo e di eguaglianza nell’ambito dell’armata (il mantello rosso spartano, ad esempio), oppure ancora come segno di distinzione fra reparti d’elite (i 10000 immortali persiani) nei confronti delle truppe regolari, raccogliticce e spesso armate ed equipaggiate autonomamente.

La cosa appare chiara quando si osserva il Medioevo – segnatamente le Crociate – laddove l’armatura del cavaliere era pressochè differente da uomo a uomo, e l’unico segno distintivo diventa la croce apposta su di essa e sullo scudo. Non certo per distinguersi in battaglia (un problema marginale nelle mischie) bensì per attrarre sui cavalieri la benevolenza di Cristo, e manifestare a sè stessi, al nemico e ai non cavalieri la propria fede. Un’uniforme, insomma, come le moderne t-shirt.

L’apsetto totemico delle uniformi è ancora presente in moltissimi casi dell’epoca contemporanea: dai calzoni rossi dei francesi (che tanti morti mandarono ad arrossare la Marna) al chiodo sull’elmetto tedesco (sconfitto solo dall’introduzione dello stahlhelm austriaco, fra l’altro di derivazione tardomedievale – questo sì un bell’esempio di darwinismo! in 5 secoli l’elmetto non si è evoluto – nelle sue forme – che di pochissimo). L’imposizione del cachi agli italiani del Regno nel 1943 al posto del grigioverde (da consegnarsi agli iugoslavi) ha significato la volontà di annientamento morale del nostro Esercito da parte dei vincitori (riuscito in buona parte).

Questo insegna come nel cercare di descrivere il mondo nel passato una approfondita conoscenza dei meccanismi del darwinismo sia assolutamente necessario. Ci torneremo in futuro.

Signore e signori, buonasera

Posted in Uncategorized on maggio 27, 2008 by erodoto

Apro questo blog dedicato alla Storia.

Cercherò di parlare di tutto ciò che mi colpisce e mi spinge a ragionare fra ciò che le notizie, la radio, internet e i giornali comunicano circa la Storia.

Questo blog ospiterà le mie riflessioni, e – come da titolo – i miei commenti.

Non sarà aggiornato regolarmente, ma a tempo perso.

Ciò detto, al lavoro.