Archivio per giugno, 2008

E’ in edicola “Storia in Rete” di giugno!

Posted in Storia in Rete with tags on giugno 15, 2008 by erodoto

 

“Storia in Rete” di giugno (96 pagine, € 6,00) apre con un (quasi)editoriale dedicato all’ennesimo anniversario dimenticato della nostra memoria storica, quello dell’Impresa di Premuda di Luigi Rizzo, un’occasione sprecata per un Paese in cerca di identità. Il dilettantismo dei media nel trattare le ultime ore di Mussolini è invece il tema principale di questo numero. Segue la prima puntata della storia dei Servizi Segreti militari italiani e un approfondimento sulle radici della crisi cossovara. “Storia in Rete” quindi traduce per i lettori un controverso articolo dal “Sunday Times” sugli ebrei che si salvarono nella Berlino nazista grazie ad una misteriosa protezione di Eichmann, e quindi racconta le vicende di Confedilizia dalla fondazione alla Grande guerra, protagonista della lotta contro fisco e sprechi degli enti locali. E ancora, i fumetti al tempo del Fascismo, Carducci satanista, i barbari in mostra a Venezia e quelli che cercarono di invadere l’Impero Bizantino e un viaggio fotografico al Wave Gothic Treffen di Lipsia.

La macchina a vapore dei Romani

Posted in Antropologia with tags on giugno 9, 2008 by erodoto

Leggo su “Le Scienze” di un singolare personaggio – Charles Hoy Fort – che nella prima metà del secolo scorso sosteneva che “il motore a vapore arriva solo quando è l’ora dei motori a vapore”.

Sembra una frase tautologica, eppure è di una grande profondità, e merita una riflessione.

La frase è infatti riferita al fatto che i Romani conoscevano la forza del vapore compresso, e avevano perfino creato piccole macchine a turbina, per lo più per il sollazzo di ricchi committenti. Eppure non costruirono mai un vero motore a vapore che consentisse loro di iniziare la meccanizzazione dell’economia.

Occorse aspettare il 1700 perchè questa conoscenza venisse messa a frutto.

Questa è una grande lezione sul valore della selezione naturale e del darwinismo: un’idea (una specie biologica, un’arma, un meccanismo – quello che volete voi) non sopravvive o si afferma solo in virtù della propria intrinseca bontà, efficienza, razionalità. Si afferma solo quando l’ambiente circostante è in grado di accoglierlo.

L’obsolescenza può persistere nel corso del tempo mentre l’eccellenza può marcire in un angolo per millenni.

Questo dovrebbe farci capire quanto ogni forma di finalismo e teleologia siano basati su di un assurdo empirico.

Eurasia: storia di uno stupro continuo

Posted in Antropologia with tags , , on giugno 7, 2008 by erodoto

Il Cielo è maschile, è sanguigno, è “il donante”, è lo spazio aperto e i luoghi alti.

La Terra è femminile, è umorale, è “il ricettivo”, è la caverna e i luoghi ctonici.

I Popoli delle Steppe sono il Cielo. I popoli stanziali, la Terra.

Indoeuropei, turanici, mongoli, yamato, cosacchi i primi.

Preindoeuropei, mesopotamici, protocinesi, meluhha, jomon, minoici i secondi.

Geograficamente, ai primi è appartenuto l’heartland, il cuore del continente eurasiatico, le steppe e i pascoli, ai secondi il rimland, la periferia delle pianure fertili, delle insenature e delle isole ospitali per la pesca e il commercio.

Ogni qual volta un’orda dei popoli delle steppe si è abbattuta sulle civiltà – o culture – stanziali del rimland è come se un immenso stupro si fosse verificato. Era un maschio feroce che si avventava su una femmina indifesa.

Dallo stupro sono nate di volta in volta le varie civiltà sincretiche del nostro mondo. Gli arii invadono India, Mesopotamia, Ellade, Italia, Nordeuropa. Nascono gli imperi hindi, la civiltà medio-persiana, la civiltà achea e poi ellenica, le civiltà italiche, le culture celtiche. In oriente le varie ondate mongole e tibetane si abbattono sulla Cina Shang e sul Giappone Jomon, e nascono le civiltà Yayoi e quella degli Zhou.

Non è un caso probabilmente che anche dal punto di vista religioso (con l’eccezione parziale della Cina e del Giappone) la maggioranza dei popoli di civiltà contadina abbia avuto pantheon prettamente ginocentrici (si pensi ai culti della Magna Mater pre indoeuropei) mentre tutti i culti delle popolazioni delle steppe erano prettamente antropocentrici.

La vittoria dei popoli delle steppe ha sempre significato l’inserimento di un’aristocrazia all’interno di una società contadina che normalmente viene sottomessa. Tuttavia il livello di sottomissione è proporzionale tanto all’entità numerica degli invasori rispetto ai conquistati, quanto al divario culturale fra le due popolazioni: nell’antica Ellade gli achei si fusero coi minoici e gli altri pelasgi sposandone le regine (un mito trasparente nelle genealogie eroiche: Ulisse è re in quanto sposo di Penelope, figlia del re di Itaca. Menelao e Agamennone sono sovrani in quanto sposi rispettivamente di Elena e Clitemnestra, entrambe figlie di Tindaro). Tuttavia gli achei mantennero le loro istituzioni e i loro Dèi, e – come nel caso degli spartani – giunsero ad una divisione in caste feroce con le popolazioni conquistate. I parsi e i medi invece subirono molto più profondamente l’infuenza mesopotamica, arrivando a copiare le istituzioni assolutiste dei popoli assirobabilonesi conquistati. Al contrario, gli hindi schiacciarono le civiltà preesistenti cancellandole brutalmente.

Una storia che si è ripetuta nel corso dei secoli fin quando anche le steppe non sono state lentamente avvinte alla civiltà.

I germani invasero Roma, e sul corpo stanco dell’Impero edificarono l’Europa Medievale. I norreni ridiedero sangue nuovo alle isole britanniche, alla Russia, al Mezzogiorno d’Italia (ma in questo caso trattasi di una situazione sui generis, poichè anzichè popoli a cavallo si trattava di pirati marittimi). I mongoli, spintisi nelle quattro direzioni alla conquista del mondo, crearono imperi in Cina, India, Persia, Battriana, Russia.

L’ultima di queste invasioni può essere considerata quella dei manciù in Cina. Oramai le steppe erano divenute marginali. Il divario fra civiltà stanziali e popoli allevatori di cavalli troppo grande perchè costoro potessero pensare di vincere. Le rivolte cosacche in Russia e Polonia non sono che gli ultimi guizzi della vitalità delle steppe. Inoltre le religioni monoteiste hanno falsato i rapporti fra l’uomo e le Deità, inserendo un Dio impersonale, asessuato e ideale al vertice del cosmo, e non più divinità archetipiche, totemiche ed umane che partecipassero degli scontri fra uomini anch’esse.

 

Valkyrie, ovvero della censura

Posted in Seconda guerra mondiale, Uncategorized with tags , , on giugno 4, 2008 by erodoto

Sta per uscire il chiacchierato film di Tom Cruise sul fallito attentato ad Hitler. Un film che mi ricorda di avere da parte questo articolo, che scrissi nel 2004, in occasione del sessantesimo anniversario del fallito attentato ad Hitler. Ve lo ripropongo.

Il pezzo, commissionato in sede di riunione di redazione della sezione cultura di una agenzia di stampa, mi fu rifiutato sdegnosamente dal coordinatore culturale (una nota “penna” del giornalismo) con queste parole: “non si può dire che gli attentatori di Hitler fossero cretini! anche se lo sonostati dobbiamo dire che erano eroi”.

Di norma quando qualcuno mi dice “non si può” mi sale il sangue alla testa. Allora mi trattenni (durò comunque poco. Di lì a qualche mese mi sarei licenziato sbattendo la porta), limitandomi a dire che non avrei scritto un articolo in sostituzione, visto che non sono uso scrivere altro se non la verità ma ora sono fortunatamente un uomo libero e posso dire quello che voglio, sul mio blog. Anche che Stauffenberg fu un dilettante un po’ coglione.

 

Il 20 luglio 1944 un gruppo di ufficiali della Wehrmacht cercò di assassinare Adolf Hitler per salvare la Germania dalla distruzione totale. L’attentato fallì, per una serie di fatalità incredibili e per l’ancora più incredibile dilettantismo con cui i congiurati affrontarono le immediate ore successive all’esplosione della bomba che avrebbe dovuto metter fine al nazismo.

Nel luglio 1944 la situazione tedesca era drammatica: la Wehrmacht era in ritirata su tutti i fronti terrestri, disfatta su quello aereo ed in gravissime difficoltà in quello sottomarino. Gli angloamericani avanzavano in Francia ed in Italia, mentre i sovietici si preparavano a dilagare in Polonia e nei Balcani. Gli alleati del Reich, dopo la defezione dell’Italia, erano sempre più malsicuri, e poco sarebbe bastato a far crollare l’intera Asse. Nei cieli della Germania le Fortezze Volanti americane e i Lancaster britannici facevano piovere una ininterrotta tempesta di fuoco sulle città tedesche, seminando ovunque morte e distruzione. Sotto gli oceani gli U-Boot erano sempre più prede e meno cacciatori, e comunque si rivelavano oramai insufficienti ad arrestare la massa di navi che gli arsenali americani erano in grado di varare per riempire i vuoti lasciati negli anni passati dai “branchi di lupi” di Karl Doenitz.

In questo sconfortante panorama un gruppo di ufficiali tedeschi si decise finalmente ad attentare alla vita del Führer: il loro piano consisteva nell’assassinare il capo ed utilizzare le pochissime unità militari presenti nel cuore del Reich per metter fuori causa gli altri gerarchi nazisti. Quindi, immaginavano costoro, una Germania “de-nazificata” avrebbe potuto chiedere ed ottenere la pace separata con gli Angloamericani per poter poi continuare la guerra contro i sovietici o addirittura rovesciare le alleanze e convincere Churchill e Roosevelt che, scomparso Hitler, il principale nemico da abbattere sarebbe stato Stalin, e non più il Reich. Un piano a dir poco fantasioso, che certamente non teneva conto della situazione psicologica di Roosevelt e delle infiltrazioni comuniste nel Dipartimento di Stato (smascherate solo con la Commissione MacCarthy nei primi anni ’50), né della determinazione inglese ad andare fino in fondo, ed una volta per tutte, contro la Germania.

Ma l’attentato non ebbe comunque successo: Hitler si salvò praticamente per miracolo (cosa che gli fece immaginare di vedere la mano della provvidenza dietro la sua sfacciata fortuna), cavandosela con una contusione al braccio, un fischio all’orecchio ed il definitivo tracollo del suo sistema nervoso verso la paranoia e l’idiosincrasia più assolute.

A Berlino, nelle concitate ore successive all’attentato, quando le voci più disparate correvano sulla sorte del Führer, i militari si fecero sfuggire una dopo l’altra tutte le opportunità di portare a compimento il putsch: non occuparono la radio, le centraline del telefono, le stazioni ferroviarie e le strade d’accesso alla città, limitandosi a circondare i ministeri, da dove Goebbels e la sua cricca potè continuare indisturbato a dare ordini per schiacciare il golpe.

In Baviera, proprio quel 20 luglio, Benito Mussolini in visita alle divisioni italiane in addestramento presso i campi tedeschi, fu raggiunto dalla notizia dell’attentato, e subito condotto da Hitler perché potesse incontrarlo e sincerarsi delle sue condizioni: al ritorno il Duce, con malcelata soddisfazione, notò che ora anche la Germania aveva avuto il suo 25 luglio ed 8 settembre insieme, dimenticando, però, che i congiurati che attentarono ad Hitler avevano agito per fini ben diversi da quelli che causarono la sconfitta militare e la caduta del Regime in Italia.

La sorte dei congiurati fu atroce: l’ira di Hitler si abbatté su di loro e sulle loro famiglie, in un massacro spaventoso. Alcuni, come l’eroe di guerra conte Claus Schenk von Stauffenberg, autore materiale dell’attentato, si suicidarono per non cadere nelle mani degli aguzzini. Altri furono invece arrestati, torturati e quindi impiccati con corde di pianoforte. La loro lenta agonia venne ripresa, ed il film – pare – fu più volte proiettato per il diletto feroce di Hitler e del suo entourage.

Altri ufficiali, coinvolti realmente o solo sospettati di essere congiurati, come Erwin Rommel o Guenther von Kluge furono spinti al suicidio: Rommel, in particolare, il cui coinvolgimento era dubbio perché ricoverato convalescente in ospedale dopo un gravissimo incidente automobilistico, era troppo prezioso per la propaganda nazista perché lo si potesse trascinare nel fango di un processo à la Andrej Vysinskij. Fu dunque avvicinato da emissari dell’Esercito e costretto a prendere del veleno, minacciando in caso contrario rappresaglie sulla famiglia.

Un solo personaggio non fu neppure lontanamente coinvolto nella purga nazista successiva, nonostante più volte avesse avuto contatti coi congiurati: il filosofo Ernst Jünger. In qualche maniera Hitler rifiutò sempre l’idea che quest’uomo, che egli stimava moltissimo (e che invece lo ricambiava con un odio aristocratico), potesse attentare alla sua vita. In realtà Jünger era perfettamente al corrente dei piani della congiura: ma rifiutò di parteciparvi, perché, disse, oramai stoicamente pessimista sulle sorti della Germania, “tagliata una testa, all’idra ne spuntano due nuove.

 

 

 

Scalfari, Scorza e la cacciata dai GUF

Posted in Fascismo with tags on giugno 1, 2008 by erodoto

Leggo su Dagospia una interessante intervista di Pierangelo Buttafuoco ad Eugenio Scalfari (su “Il Foglio”), di cui cito qui di seguito un passo.

Come Eugenio Scalfari dal fascismo ne venne espulso: “Fu in un breve periodo – saranno state due settimane – che in assenza dei due capi il giornale si faceva lo stesso, senza filtro professionale. E fu proprio in quell’intervallo d’anarchia che io, in prima pagina, piazzai due o tre neretti non firmati e perciò riconducibili all’orientamento della testata. Era la stagione del nascente quartiere dell’Eur, quella. La nazione intera attendeva ai preparativi per l’Esposizione, gli interessi sull’edificazione dell’intera area erano alti (…), tutti guardavano alla realizzazione del nuovo modello urbanistico. Ebbene: io nei miei pezzi attaccavo i profittatori, accusavo i gerarchi e i loro prestanomi di fare sui movimenti d’acquisto ‘affari non chiari’. Fu questo ciò che scrissi in quei neretti, senza però fare nome e cognomi. Una generica e accalorata denuncia, pronunciata in nome della purezza ideologica”. (…)
 
“Nessuno disse niente”, prosegue Scalfari nel suo racconto, “passò qualche giorno e dopo arrivò una telefonata a casa. (…) Era una voce femminile che mi parlava alla cornetta: ‘E’ il fascista Eugenio Scalfari che ascolta?’. Emozionato mi qualificai, certo dissi, sono io. ‘Deve presentarsi domani a palazzo Littorio. Alle dieci’. Ero turbato dalla chiamata, ma ancor più della perentoria richiesta, da un preciso dettaglio che l’accompagnava. La voce femminile fu, infatti, categorica: ‘Il fascista Eugenio Scalfari deve presentarsi domani, alle dieci, a palazzo Littorio, in divisa’”.
In divisa dunque, l’uniforme dei giovanissimi padroni del fascismo. “Io adoravo la divisa. E fui meticoloso nella vestizione quel mattino. Era molto elegante la tenuta. Avevo la giacca – quella che al tempo si chiamava sahariana – i pantaloni grigio verde a sbuffo alto, gli stivali, le losanghe sulle spalle, idem sulle maniche, con le stelline, quindi il fazzoletto azzurro e la camicia nera naturalmente”. (…)
“Il Palazzo Littorio è il palazzo bianco dopo il Foro Mussolini, la sede del Pnf scelta (…) Il segretario del partito a quel tempo era Aldo Vidussoni ma io ero stato chiamato per conferire con il vice segretario, Carlo Scorza (fondatore del Fascio di Lucca, estensore dell’ordine del giorno a favore del Duce il 25 luglio, ndr). 
Quando arrivo nell’anticamera c’è Indrio che è già stato ricevuto. Mi viene incontro e mi sussurra: ‘C’è tempesta’. Emozionato, vengo introdotto nella stanza di Scorza, lo vedo seduto sulla scrivania e mi porto avanti scattando nel saluto romano. Lui mi ordina il riposo e quando solleva gli occhi, alza anche il suo capoccione mussoliniano dalle carte che stava leggendo, manovrando di matita rossa e blu con le sue larghe mani da squadrista. Sono i miei neretti pubblicati su Roma Fascista quelle carte. 
Scorza sventaglia i fogli sotto il naso e mi chiede: ‘Li hai scritti tu, camerata?’. Scorza ha i polsi larghi quanto la coscia di un uomo, è un omone degno della sua fama di lottatore. ‘Però non li hai firmati…’aggiunge appoggiando l’incartamento sul tavolo. Quindi si leva dalla scrivania e mi viene di fronte: ‘Camerata, dammi i nomi di questi mascalzoni che lucrano sul lavoro dell’Italia proletaria e io li farò arrestare!’. Io non ho nomi da dargli, la mia leggerezza professionale non può trovare giustificazione alcuna, non posso neppure balbettare un si dice, un mi pare, un ‘è risaputo’ che Scorza comincia a urlare: “Sei un irresponsabile! Un calunniatore”. A un certo punto si ferma e mi chiede: ‘E poi perché non sei a Bir El Gobi?’. Bir El Gobi è un avamposto del deserto africano difeso dai ragazzi della Gil (la Gioventù italiana del Littorio, ndr). Io trovo la risposta più fessa, gli dico: ‘Veramente avrei il rinvio universitario…”. 
Scorza allora mi prende per il petto e mi stringe acchiappandomi dalla bandoliera, dalla giacca, dalla camicia, insomma: da ogni cosa che avessi addosso dove potermi afferrare, lui mi agguanta. Mi solleva dal pavimento, mi tiene alzato e urla in faccia a me questo discorso: ‘Dovrei farti sbattere fuori dal partito ma Vidussoni ha conosciuto a Fiume tuo padre e perciò ti espello dal Guf’. Mi riporta a terra, mi strappa le mostrine e mi congeda: ‘Vattene e non farti vedere mai più’. Stupefatto che si espellesse un fascista esco da palazzo Littorio e torno a casa, preda di una crisi fortissima, disarmato.  

 

In tutto questo discorso Scalfari non omette alcun particolare, sembra. Sono le conseguenze – tratte da lui e dai commentatori – a far ragionare.

Ci si stupisce che Scalfari sia stato cacciato via. Si subodora quasi che sia stato cacciato PERCHE’ TROPPO ONESTO.

E invece emerge la figura di un giovane rampante pennivendolo, che crede di fare il colpo grosso spalando un po’ di fango sopra al Partito. Ma senza prove, senza nomi, senza testimonianze. Sul “si dice”. E per giunta, pure imboscato dal fronte con la scusa del “rinvio universitario”.

Ce n’era abbastanza perchè si meritasse appieno la sua espulsione con disonore. Eppure continua ad emergere tutto il contrario. Si trasforma questa crisi in una questione esistenziale e in un “menomale, così sono diventato antifascista”.

Ennesima prova di come l’ideologia e l’acrimonia possano condurre a conclusioni errate, false, tendenziose perfino di fronte all’evidenza dei fatti.