Archive for the Antropologia Category

La macchina a vapore dei Romani

Posted in Antropologia with tags on giugno 9, 2008 by erodoto

Leggo su “Le Scienze” di un singolare personaggio – Charles Hoy Fort – che nella prima metà del secolo scorso sosteneva che “il motore a vapore arriva solo quando è l’ora dei motori a vapore”.

Sembra una frase tautologica, eppure è di una grande profondità, e merita una riflessione.

La frase è infatti riferita al fatto che i Romani conoscevano la forza del vapore compresso, e avevano perfino creato piccole macchine a turbina, per lo più per il sollazzo di ricchi committenti. Eppure non costruirono mai un vero motore a vapore che consentisse loro di iniziare la meccanizzazione dell’economia.

Occorse aspettare il 1700 perchè questa conoscenza venisse messa a frutto.

Questa è una grande lezione sul valore della selezione naturale e del darwinismo: un’idea (una specie biologica, un’arma, un meccanismo – quello che volete voi) non sopravvive o si afferma solo in virtù della propria intrinseca bontà, efficienza, razionalità. Si afferma solo quando l’ambiente circostante è in grado di accoglierlo.

L’obsolescenza può persistere nel corso del tempo mentre l’eccellenza può marcire in un angolo per millenni.

Questo dovrebbe farci capire quanto ogni forma di finalismo e teleologia siano basati su di un assurdo empirico.

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Eurasia: storia di uno stupro continuo

Posted in Antropologia with tags , , on giugno 7, 2008 by erodoto

Il Cielo è maschile, è sanguigno, è “il donante”, è lo spazio aperto e i luoghi alti.

La Terra è femminile, è umorale, è “il ricettivo”, è la caverna e i luoghi ctonici.

I Popoli delle Steppe sono il Cielo. I popoli stanziali, la Terra.

Indoeuropei, turanici, mongoli, yamato, cosacchi i primi.

Preindoeuropei, mesopotamici, protocinesi, meluhha, jomon, minoici i secondi.

Geograficamente, ai primi è appartenuto l’heartland, il cuore del continente eurasiatico, le steppe e i pascoli, ai secondi il rimland, la periferia delle pianure fertili, delle insenature e delle isole ospitali per la pesca e il commercio.

Ogni qual volta un’orda dei popoli delle steppe si è abbattuta sulle civiltà – o culture – stanziali del rimland è come se un immenso stupro si fosse verificato. Era un maschio feroce che si avventava su una femmina indifesa.

Dallo stupro sono nate di volta in volta le varie civiltà sincretiche del nostro mondo. Gli arii invadono India, Mesopotamia, Ellade, Italia, Nordeuropa. Nascono gli imperi hindi, la civiltà medio-persiana, la civiltà achea e poi ellenica, le civiltà italiche, le culture celtiche. In oriente le varie ondate mongole e tibetane si abbattono sulla Cina Shang e sul Giappone Jomon, e nascono le civiltà Yayoi e quella degli Zhou.

Non è un caso probabilmente che anche dal punto di vista religioso (con l’eccezione parziale della Cina e del Giappone) la maggioranza dei popoli di civiltà contadina abbia avuto pantheon prettamente ginocentrici (si pensi ai culti della Magna Mater pre indoeuropei) mentre tutti i culti delle popolazioni delle steppe erano prettamente antropocentrici.

La vittoria dei popoli delle steppe ha sempre significato l’inserimento di un’aristocrazia all’interno di una società contadina che normalmente viene sottomessa. Tuttavia il livello di sottomissione è proporzionale tanto all’entità numerica degli invasori rispetto ai conquistati, quanto al divario culturale fra le due popolazioni: nell’antica Ellade gli achei si fusero coi minoici e gli altri pelasgi sposandone le regine (un mito trasparente nelle genealogie eroiche: Ulisse è re in quanto sposo di Penelope, figlia del re di Itaca. Menelao e Agamennone sono sovrani in quanto sposi rispettivamente di Elena e Clitemnestra, entrambe figlie di Tindaro). Tuttavia gli achei mantennero le loro istituzioni e i loro Dèi, e – come nel caso degli spartani – giunsero ad una divisione in caste feroce con le popolazioni conquistate. I parsi e i medi invece subirono molto più profondamente l’infuenza mesopotamica, arrivando a copiare le istituzioni assolutiste dei popoli assirobabilonesi conquistati. Al contrario, gli hindi schiacciarono le civiltà preesistenti cancellandole brutalmente.

Una storia che si è ripetuta nel corso dei secoli fin quando anche le steppe non sono state lentamente avvinte alla civiltà.

I germani invasero Roma, e sul corpo stanco dell’Impero edificarono l’Europa Medievale. I norreni ridiedero sangue nuovo alle isole britanniche, alla Russia, al Mezzogiorno d’Italia (ma in questo caso trattasi di una situazione sui generis, poichè anzichè popoli a cavallo si trattava di pirati marittimi). I mongoli, spintisi nelle quattro direzioni alla conquista del mondo, crearono imperi in Cina, India, Persia, Battriana, Russia.

L’ultima di queste invasioni può essere considerata quella dei manciù in Cina. Oramai le steppe erano divenute marginali. Il divario fra civiltà stanziali e popoli allevatori di cavalli troppo grande perchè costoro potessero pensare di vincere. Le rivolte cosacche in Russia e Polonia non sono che gli ultimi guizzi della vitalità delle steppe. Inoltre le religioni monoteiste hanno falsato i rapporti fra l’uomo e le Deità, inserendo un Dio impersonale, asessuato e ideale al vertice del cosmo, e non più divinità archetipiche, totemiche ed umane che partecipassero degli scontri fra uomini anch’esse.

 

Il fascino della divisa

Posted in Antropologia with tags , , on maggio 28, 2008 by erodoto

Leggo sulla newsletter di “Le Scienze” (e cito testualmente)

Nate inizialmente per distinguere i nemici dagli amici sul campo di battaglia, le divise militari e quelle delle forze dell’ordine sono diventate uno dei modi per sottolineare esteriormente la propria identità

Tipico errore di chi è imbevuto di una scorretta interpretazione del darwinismo. APPARENTEMENTE tutto nasce con uno scopo ben preciso, per una utilità pratica cogente, e poi assume altre forme, le più variegate.

Sbagliato. Le cose spesso nascono per motivi futili – e non utili (si dovrebbe discutere sull’utilità: diciamo quella economicamente più calcolabile sul momento). Le divise nascono NON per riconoscere amico e nemico sul campo di battaglia (ovvero per evitare di colpire per sbaglio un proprio compagno) bensì per distinguersi dal nemico in maniera qualitativa.

I romani sui propri scudi avevano la Folgore di Giove non perchè i galli o i parti avessero qualcos’altro, ma semplicemente perchè così essi si distinguevano come la truppa su cui l’occhio di Giove avrebbe dovuto posarsi vigile.

L’uniforme – insomma – nasce con uno scopo totemico, non con una utilità tattica.

Tanto più che poi – agli albori – l’uniforme tanto uniforme non lo era affatto. Basti vedere le descrizioni minuziose delle meravigliose armature achee e troiane lasciate dagli aedi del ciclo iliadico.

L’acquisizione poi di un’uniformità ha certamente avuto prima uno scopo di rafforzamento dello spirito di corpo e di eguaglianza nell’ambito dell’armata (il mantello rosso spartano, ad esempio), oppure ancora come segno di distinzione fra reparti d’elite (i 10000 immortali persiani) nei confronti delle truppe regolari, raccogliticce e spesso armate ed equipaggiate autonomamente.

La cosa appare chiara quando si osserva il Medioevo – segnatamente le Crociate – laddove l’armatura del cavaliere era pressochè differente da uomo a uomo, e l’unico segno distintivo diventa la croce apposta su di essa e sullo scudo. Non certo per distinguersi in battaglia (un problema marginale nelle mischie) bensì per attrarre sui cavalieri la benevolenza di Cristo, e manifestare a sè stessi, al nemico e ai non cavalieri la propria fede. Un’uniforme, insomma, come le moderne t-shirt.

L’apsetto totemico delle uniformi è ancora presente in moltissimi casi dell’epoca contemporanea: dai calzoni rossi dei francesi (che tanti morti mandarono ad arrossare la Marna) al chiodo sull’elmetto tedesco (sconfitto solo dall’introduzione dello stahlhelm austriaco, fra l’altro di derivazione tardomedievale – questo sì un bell’esempio di darwinismo! in 5 secoli l’elmetto non si è evoluto – nelle sue forme – che di pochissimo). L’imposizione del cachi agli italiani del Regno nel 1943 al posto del grigioverde (da consegnarsi agli iugoslavi) ha significato la volontà di annientamento morale del nostro Esercito da parte dei vincitori (riuscito in buona parte).

Questo insegna come nel cercare di descrivere il mondo nel passato una approfondita conoscenza dei meccanismi del darwinismo sia assolutamente necessario. Ci torneremo in futuro.