Archive for the Colonialismo Category

La Venere di Cirene RUBATA dai libici (con la complicità del nostro presidente del Consiglio…)

Posted in Colonialismo on agosto 30, 2008 by erodoto

Bruttissimo risveglio questa mattina per tutti gli italiani… le notizie d’agenzia confermano che Silvio Berlusconi, nell’ennesimo viaggio alla Canossa della quarta sponda (ex colonia italiana di Libia, al secolo) ha portato seco come parte del riscatto pagato dal nostro Paese alla rinnovellata pirateria saracena di Tripoli, la VENERE DI CIRENE.

Un capolavoro di epoca ellenistica, secondo gli organi di stampa ignoranti o in malafede (o tutti e due i casi, plausibilmente) TRAFUGATA dagli italiani nel 1913.

Già, peccato che nel 1913 la Cirenaica fosse legalmente territorio sottoposto alla sovranità del Regno d’Italia, riconosciuto da amici e nemici come tale. Che non vi fosse alcuna autorità statuale alternativa a quella italiana che potesse reclamare una proprietà sulla statua.

Inoltre secondo qualche giudice il cui osso cranico è evidentemente pieno d’altro che non la materia grigia, la Venere di Cirene sarebbe “patrimonio del retaggio culturale libico”. Ora, cari lettori, a voi il giudizio su questo “retaggio culturale”

Questa invece è una foto che rappresenta la tipica donna libica secondo i tipici costumi libici del periodo di poco successivo al ritrovamento della Venere (al centro una bambina italiana, non vi confondete! quelle libiche sono quelle sotto i lenzuoli, anche se non è Halloween):

Qualcuno riesce a notare una differenza?

L’aver messo nelle mani dei pirati saraceni di Tripoli questo tesoro dell’Arte e questo pegno della pietà religiosa degli antichi greci e romani di Cirene è un gesto stupido, sacrilego, umiliante.

E spiace che un governo che – a parole – si dichiara nazionale, calpesti così il diritto dell’Italia a ciò che è suo, cedendo ai ricatti di un volgare predone saraceno, per procacciarsi ad un prezzo migliore il suo petrolio.

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I papier de doleances della Libia di Gheddafi (con commento politicamente scorretto…)

Posted in Colonialismo on agosto 25, 2008 by erodoto

Sul discutibile volume che Angelo Del Boca ha dedicato al dittatore libico, troviamo riportato integrale un passaggio del discorso del ministro degli Esteri libico del 1970 Salah Bouissir, il quale fa questa grottesca descrizione della dominazione coloniale italiana in Libia. Ovviamente Del Boca si guarda bene dal prendere decisamente le distanze da questa sequela di scemenze e calunnie (anche perchè lui, di “crimini di guerra” italiani ci campa… non sputare nel piatto in cui si mangia, perdinci!) e allora molto modestamente, un breve commento a cotale sfilza di cialtronerie la faremo noi.

Questo il testo integrale

“L’Italia ha compiuto ogni possibile atto inumano. Per avere un’idea delle atrocità commesse dagli italiani basti ricordare che mentre la popolazione della Libia nel 1911 ammontava a due milioni, nel 1955 era scesa a un milione e 250 mila. Vi erano campi di concentramento circondati da filo spinato che racchiudevano centomila persone. Dappertutto vi erano patiboli. Nel paese regnavano la miseria e le malattie. Le nostre terre erano state prese e la popolazione araba deportata nel deserto. Ci era persino vietato l’ingresso nelle città. Per 32 anni l’Italia ci ha privato dell’istruzione. Durante questo periodo non è uscito da noi né un medico né un ingegnere. La politica italiana di quell’epoca tendeva addirittura all’annientamento della natura arabo-islamica della Libia. I famosi lager nazisti non sono per noi cose estranee, perché ne avevamo di ben peggiori in Libia”

 

Ed ora il nostro commento, frase per frase

 

“L’Italia ha compiuto ogni possibile atto inumano. Per avere un’idea delle atrocità commesse dagli italiani basti ricordare che mentre la popolazione della Libia nel 1911 ammontava a due milioni, nel 1955 era scesa a un milione e 250 mila. Prima palla: la Libia aveva 876 mila abitanti nel 1939, di cui 108 mila italiani: avremmo forse sterminato un milione e duecentomila persone? Vi erano campi di concentramento circondati da filo spinato che racchiudevano centomila persone. Questa è una verità parziale: durante la Guerra di Riconquista gli italiani al comando di Graziani realizzarono dei campi di internamento per le popolazioni complici della rivolta senussita. Dovrebbero però spiegarci come campi con una capienza di centomila abitanti possano aver condotto allo sterminio di un milione e mezzo di persone… Dappertutto vi erano patiboli. Sì, qualche foto in tal senso circola. Ma gli impiccati erano i ribelli libici. La guerra è guerra… D’altronde nessuno piange lacrime di sangue per il destino dei soldati italiani catturati dai beduini, che nella migliore delle ipotesi venivano mutilati ed uccisi. Nel paese regnavano la miseria e le malattie. Bugia. Solo nel 1939 vennero costruiti dieci villaggi arabi e ogni villaggio aveva l’ospedale. Erano i primi ospedali in un paese arabo dal medioevo. Le nostre terre erano state prese e la popolazione araba deportata nel deserto. Altra bugia. Gli italiani si presero le terre appartenenti ai turchi sconfitti. Gli arabi continuarono a convivere coi nostri cittadini senza problemi. Ci era persino vietato l’ingresso nelle città. Bugia. Per 32 anni l’Italia ci ha privato dell’istruzione. Bugia. La prima università araba della storia moderna venne creata proprio in Libia dal governo italiano. Durante questo periodo non è uscito da noi né un medico né un ingegnere. Non che la Libia fosse famosa PRIMA dell’occupazione italiana per i suoi medici, ingegneri, artisti, musicisti o poeti… Era famosa per i suoi pirati, quello sì! La politica italiana di quell’epoca tendeva addirittura all’annientamento della natura arabo-islamica della Libia. Bugia: proprio sotto il governo italiano venne creata una cittadinanza speciale per i libici, ogni villaggio coloniale arabo aveva la sua moschea e la madrassa e proprio l’università islamica testimonia che l’Italia aveva grande rispetto per l’Islam. I famosi lager nazisti non sono per noi cose estranee, perché ne avevamo di ben peggiori in Libia E su questo si è discusso prima

Dunque, questi sono gli argomenti con cui si vuol condannare il colonialismo italiano.

Nessuno intende negare – quando ci sono stati – gli eccidi commessi dagli italiani ai danni delle popolazioni ribelli. Nessuno dimentichi, tuttavia, che le popolazioni fedeli al Regno non vennero mai angariate, i loro costumi (anche quelli barbari, come nei confronti della condizione femminile) furono sempre rispettati, e ogni progresso compiuto in Libia andava a vantaggio tanto dei nostri coloni quanto della popolazione indigena.

La fedeltà e l’abnegazione con cui le nostre truppe coloniali (mehari e ascari) combatterono per l’Italia non è forse una testimonianza sufficiente di quanto le popolazioni sottomesse si fossero affezionate al dominio italiano? Nè risulta – per esempio – che all’arrivo degli inglesi le popolazioni indigene si fossero ribellate e gettate sugli “odiati padroni” per “vendicarsi”, se non quando aizzate all’odio dagli occupanti inglesi.

Un ultimo addentellato. La Libia è stata italiana per trent’anni. Si è detto che l’Italia avrebbe “occupato” queste terre opprimendole.

Nessuno ricorda che la Libia fu prima di tutto cartaginese e greca. I cartaginesi (ahiloro) sono scomparsi dalla scena della Storia, e rimasero i greci. I greci seguirono di buon grado il dominio romano, e vi si integrarono volenterosamente. Sotto Roma la capitale della Cirenaica – Cirene appunto – conobbe uno splendore mai visto, fino ai terremoti del tardo Impero e alla rivolta ebraica del 117, dove i giudei sterminarono – così riferisce Cassio Dione – ben 220 mila abitanti gentili della città.

Comunque, la Libia rimase (salvo la breve parentesi vandala) parte dell’Impero di Roma, occidentale prima e orientale poi, fino all’invasione araba.

Gli arabi invasero la Cirenaica alla fine del VII secolo e la Tripolitania all’inizio del secolo successivo. Imposero la loro religione alle popolazioni conquistate e fecero di quelle terre una volta fertili un deserto.

Città un tempo floride divennero basi di pirati e contrabbandieri, mercati di schiavi. Da Tripoli partivano i filibustieri saraceni per saccheggiare l’Italia.

E l’Italia è stata sotto saccheggio prima dei saraceni, poi dei barbareschi per quasi mille anni. In epoca napoleonica la pirateria tripolina era ancora attiva, e per navigare nelle acque antistanti la Libia occorreva ancora pagare il pizzo ai signori della città.

L’abitudine deprecabile al pizzo è proprio una delle infamie portate dai saraceni alla Sicilia e alla Calabria (assieme alle arance e alle cassate…), le cui popolazioni furono taglieggiate e costrette a pagare dei riscatti per evitare razzie, rapimenti di ragazze e bambini, devastazioni.

Il Mezzogiorno d’Italia fu obbligato a fortificare le proprie coste, borghi e paesi marittimi un tempo floridi furono abbandonati e le popolazioni immiserite costrette a ritirarsi nell’entroterra. La rete di torri d’avvistamento che tutti oggi vediamo lungo le nostre coste costò a Napoli e alla Sicilia qualcosa come diversi miliardi di euro odierni, che andarono a gravare sulle spalle dei popoli d’Italia già oppressi dalla mala amministrazione angioina, aragonese e poi spagnola.

Tutto questo andò avanti per dieci secoli, escluse brevi parentesi nelle quali le nostre marinerie repubblicane di Pisa, Genova e Amalfi e quelle normanne riuscirono a stanare i nemici nei loro covi e addirittura in certi casi ad installarsi in esse per qualche decennio.

Di fronte a questo panorama di desolazione, l’Italia ha occupato – o – a questo punto – LIBERATO – la Libia per 32 anni, con l’obbiettivo non di saccheggiarla, ma di colonizzarla, renderla fertile e farne una regione del nostro paese. Che crimine contro l’umanità…

Ascari: i valorosi soldati italiani di colore

Posted in Colonialismo with tags , on maggio 30, 2008 by erodoto

“Ascaro” viene usato spregiativamente nel lessico giornalistico contemporaneo, senza cognizione di causa e per giunta con l’errore di ortografia nella declinazione della parola (che è invariabile nel singolare e nel plurale: dunque “un ascari, due ascari”). L’uso che si fa di questo termine è ingiusto nei confronti dei soldati coloniali che combatterono per l’Italia dalla creazione delle unità di Ascari fino alla Seconda Guerra Mondiale, con una fedeltà ed un’efficienza ineguagliabili.

 

 

 

 

 

Quattro anni fa al Vittoriano si tenne una interessante mostra intitolata “L’Epopea degli Ascari Eritrei”, che mi aprì gli occhi su molte cose del nostro passato coloniale, e che rese giustizia a questi soldati dimenticati, di rinsaldò i legami tradizionali di amicizia tra Italia ed Eritrea, mostrò un altro aspetto, assolutamente preminente ma artatamente messo in sordina, del colonialismo italiano.

“Troppo spesso il colonialismo italiano viene ridotto all’iprite di Graziani e alle leggi razziali” mi disse Ascanio Guerriero, il curatore della mostra. “Ma noi iniziammo la nostra storia coloniale più di sessant’anni prima. La verità è che dagli anni ’70 in avanti è esistita la cosciente volontà denigratoria da parte di certi ambienti culturalmente influenti, e questo perché in quel periodo l’Unione Sovietica stava piazzando le sue pedine strategiche nelle ex colonie italiane, come Menghistu in Etiopia”.

 

Alla mostra potei vedere materiale fotografico in gran parte inedito, ed i cimeli dei battaglioni Ascari del Regio Corpo Truppe Coloniali, Medaglia d’Oro al Valor Militare, oltre alle riproduzioni di alcune fra le moltissime rappresentazioni iconografiche liberty e decò che presentavano al pubblico italiano della belle epoque questi soldati. Delle foto e dai disegni emergeva sempre un clima di grande cameratismo e di confidenza fra ascari e italiani, anche borghesi, e le ricostruzioni pittoriche per le copertine delle riviste illustrate dell’epoca mostrano sempre bianchi ed eritrei affiancati nella lotta, senza mai mettere in mostra i primi a discapito dei secondi.

 

“In molti altri paesi, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale è impossibile trovare rappresentazioni ufficiali delle truppe di colore. Durante la Guerra di Secessione Americana i reparti di negri erano disegnati coi volti bianchi”. Mi spiegava Ascanio Guerriero. “Da questa iconografia si comprende benissimo il rapporto di parità e di fratellanza che si era creato fra ascari ed ufficiali italiani, all’interno del Corpo e per l’opinione pubblica. Non esistevano protagonisti e comprimari: esistevano solo soldati italiani, bianchi o di colore”.

 

L’Eritrea, come entità nazionale, è stata creata dall’Italia: fra l’arrivo ad Assab della Compagnia Rubattino (la stessa che trasportò i Mille a Marsala) e la creazione della Colonia Eritrea (1890) le terre comprese tra la fascia litoranea dell’Altopiano Etiopico e la Dancalia erano abitate da nove etnie differenti, disunite, sottoposte da oriente alla pressione della pirateria yemenita, da occidente alle scorrerie dei dervisci sudanesi e da meridione all’oppressione sanguinaria di Ras Alula, feudatario negussita. L’Inghilterra, dopo il massacro di Gordon Pascià per mano dei fanatici mahdisti, e considerato il rischio di espansione francese in quella regione, esortò l’Italia a prendere l’iniziativa e a conquistare l’intera fascia costiera. Il governo egiziano, alla quale l’Eritrea apparteneva, cedette quasi senza colpoferire, mentre asperrime furono le battaglie contro dervisci e abissini.

Si può dire che l’Italia giocò allora, con ben altri successi, l’identico ruolo che oggi gioca nelle imprese di Afganistan ed Irak, in una guerra (che allora l’Occidente vinse) contro i primi rigurgiti di fanatismo islamico. Allora era il Mahdi, oggi al Qaeda. Il fatto che allora si vinse dovrebbe essere un’istruttiva lezione. Ma tant’è… limitiamo i commenti ai fatti del giorno…

 

La mania tutta italiana di rimarcare solo le sconfitte ha impresso nella memoria gli sfortunati episodi di Dogàli, Adua, ed Amba Alagi, mentre non meno significative furono le vittorie che le truppe italiane e coloniali colsero contro chi si opponeva alla nostra penetrazione; tant’è che alla fine fallì ogni tentativo, derviscio o abissino, di ributtarci in mare. Nomi come Agordàt, Halài e Coàtit sono poco noti al pubblico, ma rappresentano altrettanti punti fermi tanto nella storia militare d’Italia quanto della libertà eritrea.

 

“L’Eritrea non esisteva prima dell’arrivo italiano”. continuava Guerriero. “Lo stesso nome venne inventato da noi, a partire dal nome greco del Mar Rosso – Mare Eritreo, appunto. Non è esagerato affermare che gli italiani giunsero in queste terre come liberatori, ed i rapporti eccellenti di amicizia tra il nostro paese e l’Eritrea di oggi lo dimostrano. Molta gente vive ancora nei tucul costruiti dall’Amministrazione Militare agli ascari, e passati in eredità alle loro famiglie. Quando mi recai in Eritrea per raccogliere una parte del materiale esposto, trovai una grandissima cordialità da parte del governo, ed un’accoglienza commovente della popolazione: molti venivano spontaneamente da me a portare le foto dei loro nonni o bisnonni, orgogliosissimi del loro avo ascari. Una cosa impensabile nelle altre ex colonie italiane”.

 

Un orgoglio che traspare da ogni rappresentazione, artistica o realistica, dell’ascari: fiero del suo essere guerriero, inarrestabile nell’assalto, fedele al suo comandante di battaglione fino alla morte, e all’Italia, l’ascari ha rappresentato anche l’ultimo soldato italiano combattente nel Corno d’Africa. Le bande irregolari italiane creati da Amedeo Guillet che per mesi diedero filo da torcere agli occupanti abissini ed inglesi erano composte da ascari. E gli ascari superstiti costituirono i nuclei dell’indipendentismo eritreo dopo che la colonia italiana fu assegnata all’impero di Hailè Selassiè nel 1941. 

 

I combattenti eritrei del Regio Corpo Truppe Coloniali, la loro fedeltà e fierezza, il loro eroismo, il retaggio di  fratellanza ed amicizia da essi lasciato fra i nostri due popoli rappresentano una splendida smentita della definizione falsa ed ingiusta di “colonialismo straccione” attribuita alla storia dell’Italia in Africa da qualche storico in vena di cilicio.