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Valkyrie, ovvero della censura

Posted in Seconda guerra mondiale, Uncategorized with tags , , on giugno 4, 2008 by erodoto

Sta per uscire il chiacchierato film di Tom Cruise sul fallito attentato ad Hitler. Un film che mi ricorda di avere da parte questo articolo, che scrissi nel 2004, in occasione del sessantesimo anniversario del fallito attentato ad Hitler. Ve lo ripropongo.

Il pezzo, commissionato in sede di riunione di redazione della sezione cultura di una agenzia di stampa, mi fu rifiutato sdegnosamente dal coordinatore culturale (una nota “penna” del giornalismo) con queste parole: “non si può dire che gli attentatori di Hitler fossero cretini! anche se lo sonostati dobbiamo dire che erano eroi”.

Di norma quando qualcuno mi dice “non si può” mi sale il sangue alla testa. Allora mi trattenni (durò comunque poco. Di lì a qualche mese mi sarei licenziato sbattendo la porta), limitandomi a dire che non avrei scritto un articolo in sostituzione, visto che non sono uso scrivere altro se non la verità ma ora sono fortunatamente un uomo libero e posso dire quello che voglio, sul mio blog. Anche che Stauffenberg fu un dilettante un po’ coglione.

 

Il 20 luglio 1944 un gruppo di ufficiali della Wehrmacht cercò di assassinare Adolf Hitler per salvare la Germania dalla distruzione totale. L’attentato fallì, per una serie di fatalità incredibili e per l’ancora più incredibile dilettantismo con cui i congiurati affrontarono le immediate ore successive all’esplosione della bomba che avrebbe dovuto metter fine al nazismo.

Nel luglio 1944 la situazione tedesca era drammatica: la Wehrmacht era in ritirata su tutti i fronti terrestri, disfatta su quello aereo ed in gravissime difficoltà in quello sottomarino. Gli angloamericani avanzavano in Francia ed in Italia, mentre i sovietici si preparavano a dilagare in Polonia e nei Balcani. Gli alleati del Reich, dopo la defezione dell’Italia, erano sempre più malsicuri, e poco sarebbe bastato a far crollare l’intera Asse. Nei cieli della Germania le Fortezze Volanti americane e i Lancaster britannici facevano piovere una ininterrotta tempesta di fuoco sulle città tedesche, seminando ovunque morte e distruzione. Sotto gli oceani gli U-Boot erano sempre più prede e meno cacciatori, e comunque si rivelavano oramai insufficienti ad arrestare la massa di navi che gli arsenali americani erano in grado di varare per riempire i vuoti lasciati negli anni passati dai “branchi di lupi” di Karl Doenitz.

In questo sconfortante panorama un gruppo di ufficiali tedeschi si decise finalmente ad attentare alla vita del Führer: il loro piano consisteva nell’assassinare il capo ed utilizzare le pochissime unità militari presenti nel cuore del Reich per metter fuori causa gli altri gerarchi nazisti. Quindi, immaginavano costoro, una Germania “de-nazificata” avrebbe potuto chiedere ed ottenere la pace separata con gli Angloamericani per poter poi continuare la guerra contro i sovietici o addirittura rovesciare le alleanze e convincere Churchill e Roosevelt che, scomparso Hitler, il principale nemico da abbattere sarebbe stato Stalin, e non più il Reich. Un piano a dir poco fantasioso, che certamente non teneva conto della situazione psicologica di Roosevelt e delle infiltrazioni comuniste nel Dipartimento di Stato (smascherate solo con la Commissione MacCarthy nei primi anni ’50), né della determinazione inglese ad andare fino in fondo, ed una volta per tutte, contro la Germania.

Ma l’attentato non ebbe comunque successo: Hitler si salvò praticamente per miracolo (cosa che gli fece immaginare di vedere la mano della provvidenza dietro la sua sfacciata fortuna), cavandosela con una contusione al braccio, un fischio all’orecchio ed il definitivo tracollo del suo sistema nervoso verso la paranoia e l’idiosincrasia più assolute.

A Berlino, nelle concitate ore successive all’attentato, quando le voci più disparate correvano sulla sorte del Führer, i militari si fecero sfuggire una dopo l’altra tutte le opportunità di portare a compimento il putsch: non occuparono la radio, le centraline del telefono, le stazioni ferroviarie e le strade d’accesso alla città, limitandosi a circondare i ministeri, da dove Goebbels e la sua cricca potè continuare indisturbato a dare ordini per schiacciare il golpe.

In Baviera, proprio quel 20 luglio, Benito Mussolini in visita alle divisioni italiane in addestramento presso i campi tedeschi, fu raggiunto dalla notizia dell’attentato, e subito condotto da Hitler perché potesse incontrarlo e sincerarsi delle sue condizioni: al ritorno il Duce, con malcelata soddisfazione, notò che ora anche la Germania aveva avuto il suo 25 luglio ed 8 settembre insieme, dimenticando, però, che i congiurati che attentarono ad Hitler avevano agito per fini ben diversi da quelli che causarono la sconfitta militare e la caduta del Regime in Italia.

La sorte dei congiurati fu atroce: l’ira di Hitler si abbatté su di loro e sulle loro famiglie, in un massacro spaventoso. Alcuni, come l’eroe di guerra conte Claus Schenk von Stauffenberg, autore materiale dell’attentato, si suicidarono per non cadere nelle mani degli aguzzini. Altri furono invece arrestati, torturati e quindi impiccati con corde di pianoforte. La loro lenta agonia venne ripresa, ed il film – pare – fu più volte proiettato per il diletto feroce di Hitler e del suo entourage.

Altri ufficiali, coinvolti realmente o solo sospettati di essere congiurati, come Erwin Rommel o Guenther von Kluge furono spinti al suicidio: Rommel, in particolare, il cui coinvolgimento era dubbio perché ricoverato convalescente in ospedale dopo un gravissimo incidente automobilistico, era troppo prezioso per la propaganda nazista perché lo si potesse trascinare nel fango di un processo à la Andrej Vysinskij. Fu dunque avvicinato da emissari dell’Esercito e costretto a prendere del veleno, minacciando in caso contrario rappresaglie sulla famiglia.

Un solo personaggio non fu neppure lontanamente coinvolto nella purga nazista successiva, nonostante più volte avesse avuto contatti coi congiurati: il filosofo Ernst Jünger. In qualche maniera Hitler rifiutò sempre l’idea che quest’uomo, che egli stimava moltissimo (e che invece lo ricambiava con un odio aristocratico), potesse attentare alla sua vita. In realtà Jünger era perfettamente al corrente dei piani della congiura: ma rifiutò di parteciparvi, perché, disse, oramai stoicamente pessimista sulle sorti della Germania, “tagliata una testa, all’idra ne spuntano due nuove.