Storia In Rete n° 37-38 in edicola

Posted in Prima guerra mondiale, Storia in Rete, Uncategorized with tags , on novembre 9, 2008 by erodoto

Storia In Rete n° 37-38, novembre-dicembre 2008

Storia in Rete di novembre-dicembre è in edicola!

Numero dedicato quasi per metà al Novantesimo della Vittoria italiana nella Grande Guerra, Storia in Rete di novembre-dicembre offre ai lettori un’ampia panoramica dell’ultimo anno del conflitto mondiale, con analisi della battaglia del Piave e di Vittorio Veneto, una retrospettiva fotografica, considerazioni sul valore di questa ricorrenza e della memoria e rubriche dedicate. Ma questo numero Storia in Rete non è solo Grande Guerra. Riflettori accesi sulle elezioni americane e sulle incredibili ispirazioni che un professore nazista trasse dall’America. Un salto indietro nel tempo, invece, ci riporta fra quei Gonzaga delle Nebbie cui in questi giorni è dedicata una bella mostra nel Mantovano. Continua l’intricata spy-story legata alla strage nazista della Storta (1944) e quindi Storia in Rete anticipa un capitolo dalla nuova biografia del controverso Nicola Bombacci, il fondatore del PCI che morì a Dongo con Mussolini. Nuovo balzo nel passato, con il glamour tragico di Murat, il genero di Napoleone, re di Napoli e glamour dinastico con le relazioni fra il ramo dei Savoia-Aosta con la nobiltà greca. Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di novembre-dicembre.

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La Venere di Cirene RUBATA dai libici (con la complicità del nostro presidente del Consiglio…)

Posted in Colonialismo on agosto 30, 2008 by erodoto

Bruttissimo risveglio questa mattina per tutti gli italiani… le notizie d’agenzia confermano che Silvio Berlusconi, nell’ennesimo viaggio alla Canossa della quarta sponda (ex colonia italiana di Libia, al secolo) ha portato seco come parte del riscatto pagato dal nostro Paese alla rinnovellata pirateria saracena di Tripoli, la VENERE DI CIRENE.

Un capolavoro di epoca ellenistica, secondo gli organi di stampa ignoranti o in malafede (o tutti e due i casi, plausibilmente) TRAFUGATA dagli italiani nel 1913.

Già, peccato che nel 1913 la Cirenaica fosse legalmente territorio sottoposto alla sovranità del Regno d’Italia, riconosciuto da amici e nemici come tale. Che non vi fosse alcuna autorità statuale alternativa a quella italiana che potesse reclamare una proprietà sulla statua.

Inoltre secondo qualche giudice il cui osso cranico è evidentemente pieno d’altro che non la materia grigia, la Venere di Cirene sarebbe “patrimonio del retaggio culturale libico”. Ora, cari lettori, a voi il giudizio su questo “retaggio culturale”

Questa invece è una foto che rappresenta la tipica donna libica secondo i tipici costumi libici del periodo di poco successivo al ritrovamento della Venere (al centro una bambina italiana, non vi confondete! quelle libiche sono quelle sotto i lenzuoli, anche se non è Halloween):

Qualcuno riesce a notare una differenza?

L’aver messo nelle mani dei pirati saraceni di Tripoli questo tesoro dell’Arte e questo pegno della pietà religiosa degli antichi greci e romani di Cirene è un gesto stupido, sacrilego, umiliante.

E spiace che un governo che – a parole – si dichiara nazionale, calpesti così il diritto dell’Italia a ciò che è suo, cedendo ai ricatti di un volgare predone saraceno, per procacciarsi ad un prezzo migliore il suo petrolio.

I papier de doleances della Libia di Gheddafi (con commento politicamente scorretto…)

Posted in Colonialismo on agosto 25, 2008 by erodoto

Sul discutibile volume che Angelo Del Boca ha dedicato al dittatore libico, troviamo riportato integrale un passaggio del discorso del ministro degli Esteri libico del 1970 Salah Bouissir, il quale fa questa grottesca descrizione della dominazione coloniale italiana in Libia. Ovviamente Del Boca si guarda bene dal prendere decisamente le distanze da questa sequela di scemenze e calunnie (anche perchè lui, di “crimini di guerra” italiani ci campa… non sputare nel piatto in cui si mangia, perdinci!) e allora molto modestamente, un breve commento a cotale sfilza di cialtronerie la faremo noi.

Questo il testo integrale

“L’Italia ha compiuto ogni possibile atto inumano. Per avere un’idea delle atrocità commesse dagli italiani basti ricordare che mentre la popolazione della Libia nel 1911 ammontava a due milioni, nel 1955 era scesa a un milione e 250 mila. Vi erano campi di concentramento circondati da filo spinato che racchiudevano centomila persone. Dappertutto vi erano patiboli. Nel paese regnavano la miseria e le malattie. Le nostre terre erano state prese e la popolazione araba deportata nel deserto. Ci era persino vietato l’ingresso nelle città. Per 32 anni l’Italia ci ha privato dell’istruzione. Durante questo periodo non è uscito da noi né un medico né un ingegnere. La politica italiana di quell’epoca tendeva addirittura all’annientamento della natura arabo-islamica della Libia. I famosi lager nazisti non sono per noi cose estranee, perché ne avevamo di ben peggiori in Libia”

 

Ed ora il nostro commento, frase per frase

 

“L’Italia ha compiuto ogni possibile atto inumano. Per avere un’idea delle atrocità commesse dagli italiani basti ricordare che mentre la popolazione della Libia nel 1911 ammontava a due milioni, nel 1955 era scesa a un milione e 250 mila. Prima palla: la Libia aveva 876 mila abitanti nel 1939, di cui 108 mila italiani: avremmo forse sterminato un milione e duecentomila persone? Vi erano campi di concentramento circondati da filo spinato che racchiudevano centomila persone. Questa è una verità parziale: durante la Guerra di Riconquista gli italiani al comando di Graziani realizzarono dei campi di internamento per le popolazioni complici della rivolta senussita. Dovrebbero però spiegarci come campi con una capienza di centomila abitanti possano aver condotto allo sterminio di un milione e mezzo di persone… Dappertutto vi erano patiboli. Sì, qualche foto in tal senso circola. Ma gli impiccati erano i ribelli libici. La guerra è guerra… D’altronde nessuno piange lacrime di sangue per il destino dei soldati italiani catturati dai beduini, che nella migliore delle ipotesi venivano mutilati ed uccisi. Nel paese regnavano la miseria e le malattie. Bugia. Solo nel 1939 vennero costruiti dieci villaggi arabi e ogni villaggio aveva l’ospedale. Erano i primi ospedali in un paese arabo dal medioevo. Le nostre terre erano state prese e la popolazione araba deportata nel deserto. Altra bugia. Gli italiani si presero le terre appartenenti ai turchi sconfitti. Gli arabi continuarono a convivere coi nostri cittadini senza problemi. Ci era persino vietato l’ingresso nelle città. Bugia. Per 32 anni l’Italia ci ha privato dell’istruzione. Bugia. La prima università araba della storia moderna venne creata proprio in Libia dal governo italiano. Durante questo periodo non è uscito da noi né un medico né un ingegnere. Non che la Libia fosse famosa PRIMA dell’occupazione italiana per i suoi medici, ingegneri, artisti, musicisti o poeti… Era famosa per i suoi pirati, quello sì! La politica italiana di quell’epoca tendeva addirittura all’annientamento della natura arabo-islamica della Libia. Bugia: proprio sotto il governo italiano venne creata una cittadinanza speciale per i libici, ogni villaggio coloniale arabo aveva la sua moschea e la madrassa e proprio l’università islamica testimonia che l’Italia aveva grande rispetto per l’Islam. I famosi lager nazisti non sono per noi cose estranee, perché ne avevamo di ben peggiori in Libia E su questo si è discusso prima

Dunque, questi sono gli argomenti con cui si vuol condannare il colonialismo italiano.

Nessuno intende negare – quando ci sono stati – gli eccidi commessi dagli italiani ai danni delle popolazioni ribelli. Nessuno dimentichi, tuttavia, che le popolazioni fedeli al Regno non vennero mai angariate, i loro costumi (anche quelli barbari, come nei confronti della condizione femminile) furono sempre rispettati, e ogni progresso compiuto in Libia andava a vantaggio tanto dei nostri coloni quanto della popolazione indigena.

La fedeltà e l’abnegazione con cui le nostre truppe coloniali (mehari e ascari) combatterono per l’Italia non è forse una testimonianza sufficiente di quanto le popolazioni sottomesse si fossero affezionate al dominio italiano? Nè risulta – per esempio – che all’arrivo degli inglesi le popolazioni indigene si fossero ribellate e gettate sugli “odiati padroni” per “vendicarsi”, se non quando aizzate all’odio dagli occupanti inglesi.

Un ultimo addentellato. La Libia è stata italiana per trent’anni. Si è detto che l’Italia avrebbe “occupato” queste terre opprimendole.

Nessuno ricorda che la Libia fu prima di tutto cartaginese e greca. I cartaginesi (ahiloro) sono scomparsi dalla scena della Storia, e rimasero i greci. I greci seguirono di buon grado il dominio romano, e vi si integrarono volenterosamente. Sotto Roma la capitale della Cirenaica – Cirene appunto – conobbe uno splendore mai visto, fino ai terremoti del tardo Impero e alla rivolta ebraica del 117, dove i giudei sterminarono – così riferisce Cassio Dione – ben 220 mila abitanti gentili della città.

Comunque, la Libia rimase (salvo la breve parentesi vandala) parte dell’Impero di Roma, occidentale prima e orientale poi, fino all’invasione araba.

Gli arabi invasero la Cirenaica alla fine del VII secolo e la Tripolitania all’inizio del secolo successivo. Imposero la loro religione alle popolazioni conquistate e fecero di quelle terre una volta fertili un deserto.

Città un tempo floride divennero basi di pirati e contrabbandieri, mercati di schiavi. Da Tripoli partivano i filibustieri saraceni per saccheggiare l’Italia.

E l’Italia è stata sotto saccheggio prima dei saraceni, poi dei barbareschi per quasi mille anni. In epoca napoleonica la pirateria tripolina era ancora attiva, e per navigare nelle acque antistanti la Libia occorreva ancora pagare il pizzo ai signori della città.

L’abitudine deprecabile al pizzo è proprio una delle infamie portate dai saraceni alla Sicilia e alla Calabria (assieme alle arance e alle cassate…), le cui popolazioni furono taglieggiate e costrette a pagare dei riscatti per evitare razzie, rapimenti di ragazze e bambini, devastazioni.

Il Mezzogiorno d’Italia fu obbligato a fortificare le proprie coste, borghi e paesi marittimi un tempo floridi furono abbandonati e le popolazioni immiserite costrette a ritirarsi nell’entroterra. La rete di torri d’avvistamento che tutti oggi vediamo lungo le nostre coste costò a Napoli e alla Sicilia qualcosa come diversi miliardi di euro odierni, che andarono a gravare sulle spalle dei popoli d’Italia già oppressi dalla mala amministrazione angioina, aragonese e poi spagnola.

Tutto questo andò avanti per dieci secoli, escluse brevi parentesi nelle quali le nostre marinerie repubblicane di Pisa, Genova e Amalfi e quelle normanne riuscirono a stanare i nemici nei loro covi e addirittura in certi casi ad installarsi in esse per qualche decennio.

Di fronte a questo panorama di desolazione, l’Italia ha occupato – o – a questo punto – LIBERATO – la Libia per 32 anni, con l’obbiettivo non di saccheggiarla, ma di colonizzarla, renderla fertile e farne una regione del nostro paese. Che crimine contro l’umanità…

Parte l’iniziativa di Storia in Rete per ridare all’Italia il 4 Novembre!

Posted in Prima guerra mondiale, Storia in Rete with tags on luglio 1, 2008 by erodoto

E’ in edicola “Storia in Rete” di giugno!

Posted in Storia in Rete with tags on giugno 15, 2008 by erodoto

 

“Storia in Rete” di giugno (96 pagine, € 6,00) apre con un (quasi)editoriale dedicato all’ennesimo anniversario dimenticato della nostra memoria storica, quello dell’Impresa di Premuda di Luigi Rizzo, un’occasione sprecata per un Paese in cerca di identità. Il dilettantismo dei media nel trattare le ultime ore di Mussolini è invece il tema principale di questo numero. Segue la prima puntata della storia dei Servizi Segreti militari italiani e un approfondimento sulle radici della crisi cossovara. “Storia in Rete” quindi traduce per i lettori un controverso articolo dal “Sunday Times” sugli ebrei che si salvarono nella Berlino nazista grazie ad una misteriosa protezione di Eichmann, e quindi racconta le vicende di Confedilizia dalla fondazione alla Grande guerra, protagonista della lotta contro fisco e sprechi degli enti locali. E ancora, i fumetti al tempo del Fascismo, Carducci satanista, i barbari in mostra a Venezia e quelli che cercarono di invadere l’Impero Bizantino e un viaggio fotografico al Wave Gothic Treffen di Lipsia.

La macchina a vapore dei Romani

Posted in Antropologia with tags on giugno 9, 2008 by erodoto

Leggo su “Le Scienze” di un singolare personaggio – Charles Hoy Fort – che nella prima metà del secolo scorso sosteneva che “il motore a vapore arriva solo quando è l’ora dei motori a vapore”.

Sembra una frase tautologica, eppure è di una grande profondità, e merita una riflessione.

La frase è infatti riferita al fatto che i Romani conoscevano la forza del vapore compresso, e avevano perfino creato piccole macchine a turbina, per lo più per il sollazzo di ricchi committenti. Eppure non costruirono mai un vero motore a vapore che consentisse loro di iniziare la meccanizzazione dell’economia.

Occorse aspettare il 1700 perchè questa conoscenza venisse messa a frutto.

Questa è una grande lezione sul valore della selezione naturale e del darwinismo: un’idea (una specie biologica, un’arma, un meccanismo – quello che volete voi) non sopravvive o si afferma solo in virtù della propria intrinseca bontà, efficienza, razionalità. Si afferma solo quando l’ambiente circostante è in grado di accoglierlo.

L’obsolescenza può persistere nel corso del tempo mentre l’eccellenza può marcire in un angolo per millenni.

Questo dovrebbe farci capire quanto ogni forma di finalismo e teleologia siano basati su di un assurdo empirico.

Eurasia: storia di uno stupro continuo

Posted in Antropologia with tags , , on giugno 7, 2008 by erodoto

Il Cielo è maschile, è sanguigno, è “il donante”, è lo spazio aperto e i luoghi alti.

La Terra è femminile, è umorale, è “il ricettivo”, è la caverna e i luoghi ctonici.

I Popoli delle Steppe sono il Cielo. I popoli stanziali, la Terra.

Indoeuropei, turanici, mongoli, yamato, cosacchi i primi.

Preindoeuropei, mesopotamici, protocinesi, meluhha, jomon, minoici i secondi.

Geograficamente, ai primi è appartenuto l’heartland, il cuore del continente eurasiatico, le steppe e i pascoli, ai secondi il rimland, la periferia delle pianure fertili, delle insenature e delle isole ospitali per la pesca e il commercio.

Ogni qual volta un’orda dei popoli delle steppe si è abbattuta sulle civiltà – o culture – stanziali del rimland è come se un immenso stupro si fosse verificato. Era un maschio feroce che si avventava su una femmina indifesa.

Dallo stupro sono nate di volta in volta le varie civiltà sincretiche del nostro mondo. Gli arii invadono India, Mesopotamia, Ellade, Italia, Nordeuropa. Nascono gli imperi hindi, la civiltà medio-persiana, la civiltà achea e poi ellenica, le civiltà italiche, le culture celtiche. In oriente le varie ondate mongole e tibetane si abbattono sulla Cina Shang e sul Giappone Jomon, e nascono le civiltà Yayoi e quella degli Zhou.

Non è un caso probabilmente che anche dal punto di vista religioso (con l’eccezione parziale della Cina e del Giappone) la maggioranza dei popoli di civiltà contadina abbia avuto pantheon prettamente ginocentrici (si pensi ai culti della Magna Mater pre indoeuropei) mentre tutti i culti delle popolazioni delle steppe erano prettamente antropocentrici.

La vittoria dei popoli delle steppe ha sempre significato l’inserimento di un’aristocrazia all’interno di una società contadina che normalmente viene sottomessa. Tuttavia il livello di sottomissione è proporzionale tanto all’entità numerica degli invasori rispetto ai conquistati, quanto al divario culturale fra le due popolazioni: nell’antica Ellade gli achei si fusero coi minoici e gli altri pelasgi sposandone le regine (un mito trasparente nelle genealogie eroiche: Ulisse è re in quanto sposo di Penelope, figlia del re di Itaca. Menelao e Agamennone sono sovrani in quanto sposi rispettivamente di Elena e Clitemnestra, entrambe figlie di Tindaro). Tuttavia gli achei mantennero le loro istituzioni e i loro Dèi, e – come nel caso degli spartani – giunsero ad una divisione in caste feroce con le popolazioni conquistate. I parsi e i medi invece subirono molto più profondamente l’infuenza mesopotamica, arrivando a copiare le istituzioni assolutiste dei popoli assirobabilonesi conquistati. Al contrario, gli hindi schiacciarono le civiltà preesistenti cancellandole brutalmente.

Una storia che si è ripetuta nel corso dei secoli fin quando anche le steppe non sono state lentamente avvinte alla civiltà.

I germani invasero Roma, e sul corpo stanco dell’Impero edificarono l’Europa Medievale. I norreni ridiedero sangue nuovo alle isole britanniche, alla Russia, al Mezzogiorno d’Italia (ma in questo caso trattasi di una situazione sui generis, poichè anzichè popoli a cavallo si trattava di pirati marittimi). I mongoli, spintisi nelle quattro direzioni alla conquista del mondo, crearono imperi in Cina, India, Persia, Battriana, Russia.

L’ultima di queste invasioni può essere considerata quella dei manciù in Cina. Oramai le steppe erano divenute marginali. Il divario fra civiltà stanziali e popoli allevatori di cavalli troppo grande perchè costoro potessero pensare di vincere. Le rivolte cosacche in Russia e Polonia non sono che gli ultimi guizzi della vitalità delle steppe. Inoltre le religioni monoteiste hanno falsato i rapporti fra l’uomo e le Deità, inserendo un Dio impersonale, asessuato e ideale al vertice del cosmo, e non più divinità archetipiche, totemiche ed umane che partecipassero degli scontri fra uomini anch’esse.